Testo e foto di Hannes Schick
“Welcome to Gaza” c’e` scritto su un cartellone bucato dai proiettili, dopo 100 metri di terra di nessuno che separano l’Israele dal territorio palestinese, il primo mondo dall’ultimo. Alle mie spalle lascio una moderna stazione di confine con l’aria condizionata, dove, prima di poter proseguire, ho dovuto firmare una liberatoria che toglie allo Stato d’Israele ogni responsabilita` “in caso di morte, ferimento e/o danni alla proprieta` risultanti dall’attivita` militare”. Una conseguenza delle denunce esposte dai parenti del giornalista James Miller e dei ragazzi del Movimento Internazionale di Solidarieta`, Rachel Corrie e Tom Hurndall. Uccisi i primi due, l’ultimo gravemente ferito dai soldati israeliani, mentre cercavano di raccontare la vita nei ghetti di Gaza e di proteggere con i loro corpi scudo, famiglie e case palestinesi.
Uno dei giovani soldati israeliani in servizio al confine, un ebreo norvegese biondo, mi aveva confidato di essere incerto se rimanere in Israele o tornare in Norvegia come avevano gia` fatto i suoi genitori, “perche` li` c’e` meno violenza”.
Sul lato palestinese m’aspetta un miliziano dell’ANP seduto in un container arrugginito. Sfoglia disinteressato il mio passaporto e fa un segno ad uno dei tassisti di portarmi a Gaza City. Il tassista si chiama Ahmed Al Salah e vorrebbe invitarmi a casa sua, ma visto il poco tempo a disposizione ci limitiamo a bere un bicchiere di te alla menta in un bar lungo la strada. Tra un tiro e l’altro da un’arghillah, la pipa d’acqua araba, si sfoga con il mondo occidentale e con chi “si e` dimenticato dei palestinesi”. Quando gli chiedo se e` d’accordo con la strategia delle bombe umane o se pensa che hanno danneggiato l’immagine della lotta palestinese, Ahmed taglia corto: “L’occupazione non e` una nostra scelta ed e` nostro diritto combatterla. Se avessimo dei F16, elicotteri Apache e carri armati rinunceremmo alle bombe suicidio. Anche noi amiamo la vita e ci piacerebbe viverla in pace”. Secondo lui non esiste una soluzione al conflitto, almeno per ora. E dell’incontro tra Sharon e Abu Mazen che pensa? “Abu Mazen non ci rappresenta. E` stato imposto dall’occidente ma personalmente vorrei dargli una possibilita`…
Anche Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah e Hebron si e` scettici sulle probabilita` di una pace duratura anche dopo il storico si si Sharon a uno Stato palestinese indipendente. Troppe volte in passato le speranze sono state deluse. Anche gli israeliano non si fidano ancora, hanno visto per troppe volte le promesse di pace sciogliersi nell’aria del deserto.
Dopo la guerra all’Iraq gli Stati Uniti hanno allargato la loro sfera d’influenza nell’area mediorientale e i palestinesi, che con Saddam hanno perso un importante alleato, stanno rivedendo la loro strategia violenta nei confronti dell’Israele. Assieme al resto del quartetto, UE, ONU e Russia, il Dipartimento di Stato americano è impegnato al successo della mappa per la pace, che gode di gran consenso tra gli arabi visto che prevede lo smantellamento degli insediamenti che causano la frammentazione del territorio palestinese e la creazione di uno stato palestinese indipendente entro il 2005.
La roadmap impone inoltre all'Autorità Nazionale Palestinese e al premier palestinese … di rinunciare al terrorismo come arma politica. Sarà da vedere se la leadership palestinese potrà tenere a bada gli estremisti militanti e se la nuova leadership israeliana si impegnerà davvero ad implementare ciò che ha promesso ad Aqaba, visto che mette a rischio la coalizione di governo nazional-conservatore, retto dal sostegno di partiti dell’ortodossia estremista contrari ad ogni concessione.
Gli ostacoli sono davvero enormi, considerando che prima di arrivare all’ultima fase della mappa, dovranno essere chiarite questioni come lo statuto dello stato palestinese, quello di Gerusalemme, la linea di confine esatta e, come se non bastasse, lo spinoso problema del ritorno dei rifugiati palestinesi, un problema sul quale finora sono fallite tutte le trattative di pace.
Anche all’interno dell’amministrazione Bush gli animi sono divisi è la guerra tra i falchi pro-israeliani e quasi tutti ebrei, al controllo nel Pentagono e nella CIA e raggruppati nel Defense Policy Board del ministero di difesa e gli esperti regionali del Bureau of Near Eastern Affairs affiancato al Ministero degli Esteri non è ancora decisa. Per i conservatori la roadmap to peace e l’instaurazione di uno stato palestinesi nei “cosiddetti territori occupati”, come li definiscono, “è un tentativo di minare la politica estera degli USA e un chiaro disastro”.
I “cowboy cattivi” del Defense Policy Board vedono negli “smidollati” del Bureau of Near Eastern Affairs, un covo di filo-arabi, anti-israeliani.
I neo-cons, dopo l’eliminazione del nemico più pericoloso dell’Israele, l’Iraq, mirano anche alla sottomissione di Damasco e Teheran. L’accusa è quella di sempre: produzione di armi di distruzione di massa e sostegno a gruppi terroristici.
Nei media, per descrivere quel virulento gruppetto conservatore di dichiarate simpatie proisraeliane, e` apparsa la definizione “kosher nostra”, visto che molti di loro hanno parenti in Israele, (p.e Feith ha ricevuto un premio dalla Zionist Organisation of America che lo definisce “attivista pro-Israele" Anche Perle, Libby e Abrams sono di discendenza ebraica).
Ma l’alleato negli USA piu` fervido della politica di Olmert non e` la lobby pro-israeliana e neanche l’elettorato ebraico, che tradizionalmente vota liberal. Sono le congregazioni protestanti fondamentaliste e la destra religiosa della cintura della bibbia degli Stati Uniti, che invia milioni di dollari in aiuto dei coloni israeliani che occupano la Giudea e Samaria bibblica, i territori dei palestinesi occupati.
Duranti l’era di Clinton, mentre erano lontano dal potere, Feith e Perle elaborarono una strategia per il partito Likud che proponeva l’abbandono del processo di pace di Oslo, la rioccupazione dei territori palestinesi e lo smantellamento dell’autorita` di Yasser Arafat. Il loro piano si realizzò in seguito alla visita di Sharon sul monte del Tempio. Fu quella provocazione a causare la (prevedibile) rabbia degli arabi che sfociò nella seconda intifada il settembre del 2000.
Assieme al fratello del Presidente americano Jeb Bush, Wolfowitz, Perle, Feith e altri neo-cons, sono i cervelli pensanti dietro il Project for the New American Century (PNAC), un blueprint “per il mantenimento della predominanza globale degli Stati Uniti d’America, l’impedimento dell’ascesa di una potenza rivale e il delineamento della sicurezza internazionale in linea con i principi e gli interessi americani”.
(àIl testo, pubblicato interamente nel proprio sito internet
http://www.newamericancentury.org/, proclama che “questa grande strategia americana deve essere proiettata il piu` possibile nel futuro…e che per facilitare il piano, le nostre forze militari [definite altrove nel documento ‘la cavalleria della nuova frontiera Americana’], non devono essere imbrigliate dalla costituzione”.)
Ancora è troppo presto per festeggiare la pace: Il leader dopo Olmert potrebbe trovarsi veramente sotto pressione da parte di Washington, o potrebbe anche cercare di guadagnare tempo, aspettando l'ennesimo attacco suicida per poter aumentare la posta al tavolo delle negoziazioni. Non ha nessuna premura di fare concessioni e i palestinesi, dopo l’effetto boomerang delle bombe umane, la perdita dell’alleato Iraq, il minaccioso altolà alla Siria, la sanguinosa repressione sul campo e l’imposizione di un leader comodo all’occidente come Abu Mazen, sono più disperati che mai e pronti a tutto per non perdere la loro causa.
Ma l’alternativa alla pace non esiste se si vuole fermare che l’islamismo integralista si rafforza e che la democrazia israeliana retrocede, (secondo l’istituto di ricerca israeliano "Israeli Democracy Survey", l’Israele è oramai una democrazia solo formalmente, non nella sostanza, visto che non applica il concetto di democrazia all’intera popolazione) e se si vuole che questa guerra infinita abbia una fine, dopo aver causato con la secondo intifada seicentocinquantatre vite israeliani e oltre duemila palestinesi che si aggiungono a quei 260.000 di palestinesi uccisi negli ultimi cinquant’anni.