lunedì 8 giugno 2009

Editoriale

Viviamo in tempi interessanti, pieni di potenziale, pieni di trappole.


Tutti i cambiamenti epocali s’avvicinano in modo silenzioso e poi scoppiano con un big bang, come mine che dormono per lunghi periodi e poi esplodono d’improvviso.


Mentre viviamo la madre di tutte le crisi, al top delle liste bestseller troviamo libri che parlano dell'infinito potenziale della mente e dell'uomo come dio del suo destino. C’è da prepararsi al peggio ma con un sorriso sul viso per sopravivere al crollo di quello che una volta si chiamava l'economia, l'etica, la morale, il senso civico.


E mentre un piccolo autocrate megalomane, corrotto in mente e corpo, suggerisce all'Italia "..di non proccuparsi perche c'è lui...di continuare a consumare", come se niente fosse, noi diciamo che esiste già un altro mondo, parallelo, nel quale gente ed idee come queste sono già morte e sepolte.


Una crisi puo far nascere un mondo nuovo: è sempre stato così e così sempre sarà.

Era ora che nasca qualcosa di nuovo in Italia, la patria del vecchio, la nazione dello stallo, il Bel Paese della muffa. Nella confusione di una società sull’orlo di una crisi di nervi, tutti attendono messaggi nuovo, informazione nuova, facce nuove. Diamoci una scossa.

mercoledì 13 maggio 2009

Il mondo perduto degli Huorani















IL MONDO PERDUTO DEGLI HUOARANI

Testo e foto di Hannes Schick

Il vecchio indio dorme accucciato in un’amaca assieme a sua moglie. Sopra di loro batte le ali un pappagallo, seduto su uno dei pali che reggono la capanna. I’indio che mi ha accompagnato fin qui, Nanto, poggia lo zaino con le provviste e soffia nelle ceneri per riaccendere il fuoco. Il vecchio si sveglia. E` piccolo di statura e quando sorride i suoi occhi si perdono in un paesaggio di rughe e crepe.
Poco dopo arriva una donna con un bambino in braccio, uno in grembo e un cesto pieno di tuberi in spalla, accompagnata da un gruppo di cacciatori. Il pappagallo lancia una serie di assordanti gracchii. Nessuno ci fa caso, come nessuno fa caso di me, un fagotto di abiti inzuppati, troppo vestito, troppo sudato e sfinito da una lunga marcia attraverso la foresta amazzonica.
Il clan del vecchio ora è al completo e le donne preparano la cena. Bruciano sulle fiamme i peli delle scimmie cacciate, poi le squarciano a colpi di machete e le cucinano. Quando il cibo è pronto ognuno si serve e a me portano una foglia di banano con sopra della manioca e una manina di scimmia. Il vecchio sembra leggermi nel pensiero quando fa cambiare, con un cenno, la mano grigliata con un pezzo meno riconoscibile.
Cawena Ahua è il capo clan huoarani degli Ahua. Sua moglie Aghi appartiene al clan degli Omene e gli altri presenti sono la figlia Yuka, suo marito Oemare, i loro bambini ed alcuni parenti. Sarebbe una tranquilla cena in famiglia, se non ci fosse quel rumore assordante, come il battere di ferro su ferro, che proviene da poca distanza.
Il giorno dopo Cawena mi accompagna al pozzo petrolifero. Conosce ogni albero della foresta che per lui, più che una foresta è un giardino. Mi mostra liane dalle quali si può bere acqua fresca, alberi da frutto e alveari dai quali si rifornisce di miele. Apre un fiore per dimostrarmi la minuscola rana che vive dentro; tocca alcuni alberi con un sorriso benevolo e fa il cenno come tagliarsi la gola, indicandone altri.
Qui per milioni di anni la foresta amazzonica ha sviluppato un’ impressionante diversità di specie, intrecciata e interdipendente. Gli indiani conoscono il sottile equilibrio di questo sistema biologico e spostandosi periodicamente permettono che si rigeneri, creando così un ambiente sostenibile per piante ed animali.
Ci fermiamo di fronte a bacini pieni di un liquido grigiastro e puzzolente, nei quali galleggiano i corpi morti di alcuni animali della foresta, uccelli e pecari. Di nuovo il vecchio fa il gesto del taglio della gola. Arrivati al recinto del pozzo petrolifero le guardie intimano l’alt. Per poter accedere alla zona delle operazioni l’ONHAE, l’organizzazione tribale degli Huoarani, mi ha fornito un lasciapassare che mi identifica come antropologo in missione per conto della tribù. Avevano detto che ai giornalisti non sarebbe stato consentito l’accesso, per timore di pubblicità negativa. Timore fondato, visto che secondo stime ambientaliste quei pozzi, in particolare il Blocco 16, causano danni ecologici inestimabili alla regione amazzonica dell’Ecuador.
'El bloque', come viene chiamato, comprende 120 fori d’estrazione e si estende su oltre 250.000 ettari di foresta vergine. A causa della cattiva manutenzione degli oleodotti ogni anno fuoriescono quintali di greggio che finiscono nel vicino Rio Tiguino o nella falda acquatica. Inoltre filtrano o traboccano sostanze chimiche nocive usate per l’estrazione dai bacini.
Nell’attesa di poter accedere le guardie scherzano con Cawena, che chiamano “abuelito”, nonnino. Lo conoscono bene, visto che il rumore del pozzo ha cacciato la selvaggina costringendolo a venire qui per mendicare cibo. Quando veniamo scortati attraverso il pozzo petrolifero, pieno di tubi d’acciaio, oleodotti e torri d’estrazione, s’avvicinano degli operai, incuriositi da quel nomade dell’età della pietra con la sua lunga cerbottana. Gli chiedono se le frecce che porta nel contenitore sono davvero letali. Lui annuisce.
Nel ufficio dell’incaricato alle pubbliche relazioni, è già pronto il caffè. L’incaricato parla con disarmante onestà del destino riservato agli huoarani: “E` triste”, dice, ”ma il mondo degli indios sta scomparendo con una rapidità inaspettata. Io qui mi trovo tra due fronti, da un lato sono incaricato ad occuparmi dei bisogni delle comunità indigene, dall’altro sono pagato per difendere gli interessi della compagnia”.
Sulla via del ritorno Cawena spiega come è cambiata la sua vita con l’arrivo dei petrolieri. “Lungo le strade che hanno costruito sono infiltrati coloni, tagliatori di legna e cercatori d’oro. Dove s’insediano loro gli animali spariscono. E i pesci e le tartarughe muoiono a causa del mercurio che i cercatori d’oro usano per separare i granuli d’oro dal fango”.
Troppo grosso il salto che in pochi decenni ha catapultato questo piccolo popolo di cacciatori e raccoglitori nel mondo dell’economia globalizzata. Nei loro accampamenti regna miseria, sporcizia e povertà e la foresta intorno ai loro villaggi, che una volta pullulava di pecari, daini ed altri animali è silenziosa. Chi s’aspetta il canto di uccelli e le urla delle scimmie, sarà deluso. La “sindrome della foresta vuota” affligge oramai l’intera regione amazzonica.
A Comunidad Sumaksacha incontro il capo del consiglio della tribù degli Huoarani, Juan Huamone. Ha i capelli a caschetto, la faccia tonda color bronzo e il corpo tozzo e muscoloso, tipico degli indios amazzonici.
“I vari forum mondiali per l’ambiente sono pura ipocrisia”, attacca, “a quelle belle parole non seguono mai fatti concreti. Invece di essere ratificati, le leggi e i decreti vengono discretamente accantonati quando l’opinione pubblica guarda altrove. Nel nostro territorio si estrae petrolio senza il nostro consenso e senza salvaguardia per l’ambiente. Nei contratti stipulati tra il governo e le compagnie petrolifere fu evitato ogni impegno finanziario che ci includesse. Ci hanno detto che questo succede per impedire che i soldi finissero nelle tasche di qualche capo clan corrotto, e che in cambio avrebbero fatto costruire scuole e centri sanitari. Ma le scuole e i centri sanitari non sono mai stati costruiti! In verità si vuole evitare che con quei soldi possiamo assoldare avvocati o che ci possiamo organizzare meglio. Ora sono state effettuato nuove ricerche e nuove prove sismiche e sono stati scoperti altri giacimenti nel Parco Nazionale Yusuni. Così, mentre a noi è stato vietato di cacciare in quel parco che si trova sulla nostra terra, le compagnie petrolifere stanno costruendo fori, pozzi, oleodotti, cisterne, strade, tutta l’infrastruttura necessaria per l’estrazione.
Il primo a reagire fu Taga, il Geronimo dell’Ecuador, ucciso da petrolieri nel 1984, che visse con il suo clan huoarani lungo le rive del fiume Cononaco. I tagaeri, sotto la guida del loro capo, si sono sempre opposti all’intrusione indiscriminata dei taglialegna e dei coloni nel territorio tagaeri. Aveva fatto sapere che chiunque invadesse il suo territorio lo fa a proprio rischio e pericolo. Per dare peso alle parole, i tagaeri, anche dopo la morte di Taga, hanno organizzato raids contro coloni e missionari insediati nelle loro terre. La loro vittima più celebre fu il vescovo del capoluogo della regione amazzonica Coca, Monsignore Labaca. Venne ucciso assieme ad una suora, Ines Arango, mentre cercava di missionarli. I loro corpi furono ritrovati trafitti da 19 di lance da guerra in un accampamento tagaeri abbandonato.
Incapaci di sottomettere i la resistenza dei taegeri, le compagnie petrolifere e del taglio della legna hanno offerto a un clan Huorani rivale soldi, regali, armi e munizioni, in cambio di eliminare il problema dei tagaeri. Nel 2007 i rappresentanti dell’ organizazzione tribale degli Huoarani (ONHAE), hanno riferito alla Reuters che un gruppo di Huoarani, indingeni della zona amazzonica dell’ecuadaor, ha attaccato un clan Houarani dei tagaeri, uccidendone circa trenta persone tra cui anche il loro capo.
Quando siamo di nuovo nella capanna del vecchio, Nanto, che è il dirigente ONHAE responsabile per l’educazione, spiega il problema creatosi con le missioni: “I missionari svolgono una funzione d’apertura del territorio. Spesso sono i primi ad incontrare i clan non ancora contattati. Aperta una missione, le famiglie si spostano nelle sue vicinanze perché lì trovano cibo e cure mediche. In questo modo abbandonano lo stile di vita tradizionale e diventano sedentari. Quando il governo concede gli appalti d’estrazione lo fa spesso dicendo che non utilizzano il territorio. Poi, quando una missione chiude battenti, e succede spesso, la terra che ci è rimasta non basta per sfamare tutti. Così abbiamo perso la nostra autonomia e siamo costretti a mendicare dal governo o dalle compagnie petrolifere. Solo i tagaeri sono riusciti per un po' a resistere”. Aggiunge melancolico Nanto.

LA STORIA DI QUESTO POPOLO

I primi documenti di contatti con clan Huoarani sono cronache scritte dai gesuiti nel 1650, da Laureano de la Cruz (1653), da Lucas del la Cueva (1665) padre Maroni (1731) e padre Fonseca (1870) L’ultima fase migratrice di questo piccolo popolo nomade, che oggi conta circa 1500 membri, è avvenuta dopo la fusione dei due grandi popoli amazzonici dei Tupi e Huarani. La necessita` di terra e territori di caccia costrinse i popoli piu` deboli come gli Huoarani ad emigrare verso ovest, nell’Ecuador odierno. Si ritiravano lungo fiumi sempre più piccoli che trovarono a monte. Oggi gli Huoarani vivono confinati a nord dal Rio Napo e a sud dal Rio Curraray. Verso est la linea di divisione è il settantaseiesimo meridiano e ad ovest il Rio Arguno, che sorge nelle falde delle Ande.
Per differenziarsi dagli altri esseri della foresta, come animali e piante, si chiamano huar, che significa essere umano, persona, di cui huoarani è il plurale. Definirsi persona è costume molto comune tra i popoli indigeni delle Americhe. Gli altri indigeni dell’Ecuador chiamano gli huoarani Auca, che in quechua significa guerriero, ribelle ma anche selvaggio. Gli huoarani sono conosciuti inoltre con i nomi skiripunas, tihuaconas e cononaco, nomi che derivano dai fiumi dove vivono. I tagaeri invece prendono il loro nome dal loro capo indomabile Taga.
La ricerca del petrolio degli ultimi decenni sembra sigillare il loro destino. Ritiratisi nella selva più impenetrabile, l’instaurazione di un parco nazionale in gran parte del loro territorio doveva dargli finalmente una tregua. Ma come si vede non è così. La sopravvivenza di questo popolo è ulteriormente messa in dubbio da quando è stato deciso di costruire una strada che attraversa per l’intero la loro riserva. E` lungo queste strade che avanzano i coloni.

La lunga ombra del nucleare















LA LUNGA OMBRA DEL NUCLEARE

Testo e foto di Hannes Schick

Alle ore 1.23 del 26 aprile 1986 con l’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare di Cernobil avenne l’incidente nucleare più tragico al mondo, fino ad ora. Prypiat, la città più colpita dalla nube radioattiva d’allora è una città fantasma e ventitre anni dopo, a causa del disastro, il numero degli ammalati di cancro dell’Ucraina e della Bielorussia cresce del due, tre per cento annualmente mentre nei neonati aumentano annualmente sordità, cecità, malformazioni, deficienza mentale e danni al sistema nervoso centrale.
Da noi la lobby del nucleare si stà riorganizzando e può contare sull’appoggio interessato di un gangster con pochi scrupoli: Silvio Berlusconi.

PRYPIAT: Una volta era una cittadina pulita e moderna di 15.000 abitanti, costruita per i dipendenti della centrale nucleare. Dal 26 aprile 1986, quando fu investita da esalazioni gassose e una pioggia di materiali roventi fortemente radioattivi, Prypiat si è trasformata in città fantasma, inabitabile per i prossimi millenni. Arrivare qui nella città più contaminata del globo, non è più difficile da quando l’Ucraina organizza gite turistiche a 200 euro il giorno. “Vogliamo sensibilizzare la gente ai rischi del nucleare”, dice la responsabile della Cernobil-Interform, la struttura statale predisposta, “e la visita di un solo giorno non comporta alcun rischio”.
Il contatore di radioattività nel edificio all’ingresso nell’area di Prypiat misura 120 microrem ma ai visitatori non viene fornito alcuna forma di protezione durante il tour, ne mascherine ne pillole allo iodio di potassio. Poca sicurezza oggi come allora, quando ai pompieri e ai lavoratori venne ordinato di spegnere l’incendio e di rimuovere i detriti, senza precauzioni o protezione, come se si fosse trattato di un incidente qualsiasi. Assumendo quantità incalcolabili di radioattività, la maggior parte di loro morì in località segrete e tenuti lontani dai famigliari nelle settimane che seguirono l’incidente.
Dagli altoparlanti montati sui palazzi tuona musica folkloristica russa che non fa altro che aumentare il senso di desolazione e l'assoluta solitudine del luogo. Si vaga tra palazzi abbandonati e negozi vuoti, tra ristoranti e uffici deserti. Dalle giostre del luna park sembra di sentire l'eco delle voci di chi venne qui per divertirsi. Forse è solo il cigolare della vecchia ruota gigante che si muove lentamente, spinta dal vento. Gli auto scontro sono sparse sulla pista d'acciaio arrugginita, come se i conducenti le avessero abbandonate dopo una corsa folle.
Nella vetrina di un centro commerciale un manichino con maschera antigas funge da spaventauomini: dovrebbe intimorire e prevenire eventuali ladri o poveracci dal portarsi via quel poco che è rimasto. Sui scafali di un supermercato ci sono ancora scatole di pesce sott'olio, verdura sott'aceto e bottiglie di un liquido blu, tutto altamente radioattivo. Nella calzoleria sono rimaste le scarpe da riparare che nessuno aveva il tempo per ritirare. Dal ristorante hanno portato via tutto, incluso tavoli, sedie, piatti e posate. Roba troppo preziosa per essere lasciata indietro. Nell'ufficio dell'Aeroflot è rimasta una scrivania con un vasetto d'inchiostro secco.
Sulla piazza centrale l’erba cresce altissima. "La natura si è adeguata perfettamente all'impatto nucleare”, commenta uno scienziato dell’'istituto di ricerca scientifica dell'Ucraina. Della frutta, verdura, dei funghi che crescono ancora contaminati dopo quasi un quarto di secolo invece non parla.
L’evacuazione di Prypiat avvenne solo 36 ore dopo il disastro e agli abitanti fu detto di lasciarsi dietro tutto, perché avrebbero potuto fare ritorno qualche giorno dopo. Così negli appartamenti sono rimaste molti effetti personali oltre ai mobili. Fotografie ingiallite, indumenti, libri, giocatoli, abiti. Un paio di sandali da bambino aspettano ordinati davanti a un lettino, mentre in una cucina stecchisce un gatto morto. Nell'appartamento della famiglia Kalikov i poster appesi sui muri indicano che i figli erano fan del metal-rock di allora. Un'album di famiglia mostra il padre sorridente di fronte alla sua Lada luccicante, la madre in cucina, i figli con gli amici durante una festa di compleanno, la nonna, il nonno. Iprovvisamente viene voglia di gente, di rumore, di vita.
Nel centro urbano la radioattività oscilla tra i 120 e i 200 microrem, a secondo del luogo. Il valore più alto, 400 microrem, lo registro nella stanza di un condominio vicino allo stadio. La stanza probabilmmente è rimasta chiusa dal 29 aprile 1986, il giorno dell'evacuazione. "Non si preoccupi!" tranquillizza lo scienziato che mi accompagna. posizione a 100-200 microrem per un paio di ore. Qui, durante il fall-out si registravano 4000 microrem".
Poi mostra un gruppetto di abeti rossi: "Questi alberi sono stati investiti in pieno, ma come vede hanno sopravissuto".
Quell'ottimismo degli scienziati! Durante i test nucleari nel deserto del Nevada avevano consigliato agli operatori e ai curiosi di coprirsi gli occhi con la mano. E a Mururoa dissero che si tratta di test ecocompatibili, come se si trattasse di far scoppiare bolle di sapone e non bombe atomiche. Oltre ad essere ottimisti, gli scienziati sono anche convinti della capacità di resistenza umana. Come allora, quando ai migliaia di soldati, pompieri e operai avevano assicurato che non ci sarebbero stati problemi di salute.
Prima di lasciare Prypjat devo sottoporrmi alla misurazione di radioattività. "Nie problema” dice l’operatore e alza la sbarra. Ha il viso pallido e gli occhi gonfi. In compenso prende uno salario doppio di quello medio.

IL REATTORE: Cernobil si trova a poca distanza da Prypiat. Qui, durante un esperimento eseguito per stabilire quanto a lungo i generatori potessero funzionare senza essere alimentati, è esploso il reattore numero quattro. Già prima, nel 1985, è avvenuto un incidente che ha causato la chiusura del reattore due. Dopo il disastro del 1986 l'attività dei reattori uno e tre ha ripreso l’attività. ‘Il paese non ha i soldi per potersi permettere di fermare la centrale nucleare’, disse l’allora presidente ucraino Kuchma. Per porre fine alla minaccia l’occidente impegnò due miliardi di dollari, spesi per coprire il quarto blocco, fermare la centrale nucleare e costruire un altra. Dopo lunghe trattative, il reattore uno venne fermato nel 1996, il terzo ed ultimo nel 15 dicembre 2000.
Il numero dei morti di Cernobil rimane ancora un segreto. Secondo le statistiche sovietiche sono stati 31, mentre le stime degli ambientalisti parlano di 300 mila persone morte negli ultimi due decenni a causa della radioattività. Kiev denuncia la perdita di 15 mila vite e oltre 50.000 persone resi invalidi da problemi respiratori e danni del sangue.
Vittime anche in Italia: secondo l’Istituto superiore di sanità sono morte o moriranno per cause legate all’esplosione di Cernobil almeno 3 mila italiani. Ora, dopo la sua lunga agonia, il mostro di Cernobil è sepolto sotto un sarcofago di seimila tonnellate di cemento. Rimangono i rischi di un eventuale cedimento della struttura, che causerebbe un altro disastro. E rimangono le conseguenze a lungo termine della radioattività sprigionata venti anni fa.

MINSK: il 70 per cento della nube radioattiva è caduto sulla vicina Bielorussia e la popolazione sta ancora facendo i conti con le conseguenze. Le statistiche degli ultimi due decenni rilevano un aumento del cinque per cento della mortalità e una calata delle nascite dell'otto per cento. Nello stesso periodo di tempo sono duplicati patologie immunologiche, metaboliche, endocrinologiche e problemi cardiovascolari. A questo s’aggiunge la tragedia dei bambini che si ammalano di cancro o nascono malformati. Ancora oggi il 90 per cento dei casi di cancro infantile della Bielorussia è legato a Cernobil e gli ospedali sono pieni di bambini colpiti da cancro alla tiroide, leucemia, cancro del midollo e altre forme cancerogene, conseguenza delle radiazioni alle quali sono esposti ancora oggi. Nel paese si cresce frutta e verdura in regioni dove è assolutamente vietato produrre alimenti destinati al consumo e l’assenza di controlli adeguati e la povertà fa si che la gente compra e consuma frutta e verdura proveniente dalle zone contaminate.
Con le terapie messe a punto dalla primaria della sezione di ontologia dell’ospedale pediatrico di Minsk, è stato raggiunto una percentuale di successo molto elevato, però come spiega lo staff medico, la possibilità che il cancro riappaia rimane elevata e gli effetti collaterali, causate dall'aggressività delle terapie, prima di tutte l'epatite, rimangono un problema da risolvere.
Sacha è uno dei piccoli pazienti nella sezione di ontologia infantile e si offre di farmi da guida. Nella sezione di chemioterapia, dove deve fare un’iniezione, osserviamo l’infermiera inserire l'ago di un'enorme siringa nell'avambraccio di una bambina. Quando tocca a Sacha si toglie il capellino da baseball che nasconde la calvizia causata dalla chemioterapia e si tira su la manica della camicia. "Sono coraggioso io”, dice e pone il braccio. Ma la siringa gli fa male.
Entriamo in una stanza con quattro lettini. Accanto a uno dei lettini una madre accarezza le mani trasparenti della figlia. La ragazza ha gli occhi lucidi e respira a fatica. Nel letto accanto un ragazzino fissa il soffitto con sguardo immobile. Sua madre piange silenziosamente e l'infermiera mi informa che questo è il settore dei casi terminali.
"Vieni, ti faccio conoscere i miei amici", dice Sacha e andiamo al piano superiore. "Questo è Nicolai”, dice, presentando un ragazzo con il corpo e la faccia gonfie dal cortisone. “E lei è Helena” Helena ha sei anni ed è malata di leucemia. Nell'ambulatorio per le analisi del sangue aspetta un altro amico, Alexeij. Le sue labbra sono viola e il bianco degli occhi è ingiallito, segno che ha l'epatite. I due ragazzi si scambiano pacche sulle spalle e Alexeij annuncia che da grande farà il pilota. Poi s'avvicina timidamente un’altra bambina, Katia, che ci mostra la sua bambola. Ha sei anni e la sua scheda medica indica che anche lei è malata di leucemia.

BOX INFO:

1977: La costruzione. In Ucraina, allora parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS, entra in servizio il primo reattore della centrale nucleare di Cernobil. L’ultimo, il numero quattro, entrerà in funzione nel ’84. Ciascuno con una capacità di 925 megawatt.

1985: Il reattore numero uno s’interrompe bruscamente la sua attività per un incidente. L’intera centrale riduce del 75% la produzione. Le autorità sovietiche non spiegano la causa.

1986: L’esplosione. Il reattore numero quattro collassa il 26 aprile. Violente esplosioni proiettano vapori radioattivi nell’atmosfera. Le stime dell’inquinamento vano da 90 a 240 milioni di curie, circa 100-300 volte più grave di quello prodotto dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Due reattori riprendono a funzionare pochi mesi dopo.

1999: Dei 400.000 uomini che sono intervenuti per isolare le scorie radioattive, 30.000 hanno subito danni più o meno gravi; 5.000 hanno ottenuto un sussidio per invalidi
Secondo l’istituto superiore di sanità sono morte o moriranno per cause legate all’esplosione di Cernobil almeno 3 mila italiani.

2000: La centrale nucleare di Cernobil chiude per sempre.

2009: Il governo italiano controllato da Silvio Berluscono re-introduce l’energia nucleare,
in violazione dei risultati del referendum popolare che aveva l’aveva abolita.

Sulle tracce del Che















SULLE TRACCE DEL CHE

Il mito di Che Guevara sopravvive a quello di James Dean e Marilyn Monroe forse perché creato da una vita vissuta nella realtà e non su celluloide.

Testo e foto di Hannes Schick


Una delle immagini intramontabili dell’immaginario pubblico è quella di un giovane uomo in giacca di pelle con capelli che spuntano sotto un berretto e uno sguardo eroico volto verso un’orizzonte distante. Scattata dal fotografo cubano Alberto Korda, è passata dalle bandiere e T-shirt a pubblicizzare gadget e mete turistiche.

“Si, ora lo chiamano San Ernestino de La Higuera”, conferma Riccardo Claros, un giovane tassista di Vallegrande, sulla domanda se è vero che Che Guevara è considerato uno santo proprio nella zona dove fu ucciso. Per un paio di dollari vi trasporta nei luoghi dove si svolsero gli ultimi episodi della vita del guerrigliero, viaggiatore, poeta, medico, fotografo, editore, eroe, direttore di Banca e Ministro d’Economia, Ernesto “Che” Guevara De la Sarna.
“Mentre alcuni anni fa fu pericoloso avere una sua foto appesa sulle mura, ora gli leggono la Santa messa”.
Vallegrande è un’anonima cittadina della Bolivia centrale, conosciuta per il fatto che il 9 ottobre il corpo del Che fu esposto su un piano di lavaggio dell'ospedale Santi di Malta e mostrato alla stampa come un trofeo di caccia. Le foto dell’epoca lo dimostrano con gli occhi aperti, circondato da militari che indicano i fori lasciati dai loro proiettili e fecero nascere leggende come quelle di San Ernesto de La Higuera e El Cristo de Vallegrande. Dopo che un medico militare ebbe amputato le mani al cadavere, l'esercito boliviano fece sparire il corpo, rifiutandosi di rivelare se il suo cadavere fosse stati sepolto o cremato. Il 2 giugno del 1997 i suoi resti e quelli di alcuni guerriglieri al suo seguito, furono ritrovate in una fossa comune sotto la pista d’atterraggio dell’aeroporto comunale.
“Ai tempi c’avevano fatto credere che era morto in combattimento. Solo più tardi si seppe che l'hanno assassinato nella scuola di La Higuera.” riccorda l’ex-dirigente sindacalista di Vallegrande Don Raoul Cardenas. “La gente s’era messa in fila per vederlo, alcuni per curiosità altri per rendergli omaggio. Molti si rimettevano in fila per poterlo rivedere. Anch'io ero andato a vederlo varie volte. Negli anni ho conosciuto molti argentini venuti qui in moto, seguendo le tracce di Ernesto Guevara de la Serna. Sono arrivati anche molti nostalgici del comunismo e anche un ex- sindaco di una città della Polonia, che mi ha detto: `ora che ho visto la fossa del Che e sò cos’è successo allora,posso morire in pace’”.
“Per me, ai tempi era solo un insorgente morto” Anche Oscar Montano, il proprietario di una piccola hacienda argricola, che quando il Che fu ammazzato aveva 15 anni, riccorda quel giorno nella lavanderia del ospedale: “sembrava vivo con quegli occhi aperti e già allora alcune persone cominciavano a dire che assomiglia al Cristo, sdraiato in quel modo, con quei capelli lunghi e quel viso giovane e buono. Personalmente capii solo molti anni più tardi, quando frequentai l’università di Cochabamba, chi era quel uomo. Le sue idee mi piacquerò e cinque anni fa ho comprato il terreno dove si è arreso, ferito, esausto e con il fucile inutilizzabile”. Al momento della cattura pare avesse detto, `Non sparare sono il Che. Valgo più da vivo che da morto’. Purtroppo si sarebbe sbagliato ma si sarebbe anche preso la rivincita e uno dei graffiti sui muri della lavanderia esprime quello che i militari volevano evitare a tutti i costi: “Commandante, ti hanno ucciso rendendoti immortale”.
Oltre a crearne un mito, i militari boliviani, hanno creato un martire, simbolo per tutti i ribelli e tutti gli oppressi del mondo. Il punto esatto dove si arrese è indicato da un mucchio di pietre che Oscar Montano vorrebbe sostituire con una statua in onore del Che. E dopo le riprese del Film sulla vita di Che Guevara di Soderberg che si svolsero proprio qui, “è solo una questione di tempo”, dice Oscar.
La Bolivia era la scelta naturale per due zeloti come Fidel Castro e Che Guevara ove cominciare la missione "Liberazione dell'America del Sud". Il paese confina con l'Argentina e fu da sempre il sogno del Che di creare uno stato socialista nella sua patria, anche se ammetteva che le condizioni non erano pronte.
Che Guevara lasciò Cuba per la Bolivia nel novembre del '66 e dopo un breve soggiorno a La Paz si trasferisce alla base guerrigliera di Nancahuazù, una fattoria 250 km a sud di Santa Cruz, dove iniziano i preparativi. Le cose vanno male fin dall'inizio e nell’Aprile del '67 i militari sono a conoscenza della presenza dei guerriglieri e cominciano a dar loro la caccia.
L'intero circuito degli spostamenti e dei luoghi di possono essere percorsi in tre, quattro giorni, seguendo stradine di campagna e sentieri di montagna nei dipartimenti di Santa Cruz e Chuquisaca. E` il "Che Guevara trail", meta ambita sia da nostalgici, sia dagli amanti del trekking. Si parte dall’ex base di Nancahuazù e si prosegue lungo il Rio Grande fino al Vado dello Yeso, dove l’intera retroguardia del Che, un terzo degli uomini, fu annientata. In quell’imboscata cadde anche la guerrigliera tedesca Tamara Bunker, alias Tania, l`unica donna al seguito del Che. I suoi resti furono ritrovati il 23 settembre 1998, anche a Vallegrande.
Il trail prosegue per Pucarà, dove i 17 guerriglieri sopravvistuti della colonna del Che Guevara giunserò alla fine del settembre 1967. Braccati, isolati e sfiniti cercano di svincolarsi dalla morsa tesa da 2500 soldati boliviani, tra cui i temuti Ranger del 2° battaglione, addestrati da istruttori militari statunitensi nella base di Santa Cruz.
“I militari e il clero ci avevano sempre detto che si trattava di un pericoloso criminale straniero, venuto nel nostro Bolivia per ammazzare e per prendersi il paese”, ricorda Conrado Calzadilla Cortez, 79, un’altro testimone occulare del Che.
“Una volta si rifornì alla nostra hacienda. Era gentile e ha pagato tutto quello che prendeva. Non conoscevamo le sue idee. Se avessimo saputo che lottava per i nostri diritti l'avremmo aiutato e forse saremmo riusciti a cambiare qualcosa. Cosi invece abbiamo lasciato che lo assassinassero, visto che era un prigioniero disarmato e che in Bolivia non esisteva la pena di morte”.
Forse il fatto che da allora poco è cambiato in meglio nella vita della gente rurale spiega la presenza delle molti immagini del Che sulle mura, anche su quella della parrocchia. "Non so molto della sua vita", dice il giovane prete di Pucarà, "so solo che era un Signor Uomo. Penso che combatteva per tutti noi e che ha sacrificato la vita lottando per un mondo migliore".
A contribuire alla nascita del mito di San Ernestino fu una donna che compare anche nel diario del Che e che viveva in una capanna vicino a Pucarà. Fino alla sua morte aveva sempre raccontato che il Che Guevara l’era apparso e l’aveva salvato delle pecore dal cadere in un burrone.
Il percorso del trail si conclude a La Higuera, `quel piccolo paesino miserabile’, come lo definì lo stesso Che nel suo diario boliviano. Finisce di fronte ad un piccolo edificio che ai tempi serviva come scuola e dove Ernesto Che Guervara fu ucciso da un soldato su ordini arrivati da lontano. La Higuera, che si trova a sessanta chilometri da Vallegrande, consiste di quindici case e ha cambiato il nome in La Higuera del Che, nel trentesimo anniversario della morte. Gli ha anche dedicato un monumento nella piazza.
“In questi decenni i soldati sono venuti varie volte per distruggerlo”, racconta Eliseo Carizola, un campesino ultrasettantenne, “ma noi l’abbiamo sempre ricostruito. I militari ce l'hanno ancora oggi con il Che e i suoi ideali. Sono riusciti ad ammazzarlo, ma prima ha fatto faticare un bel pò i generali e i gringos.”
Gli amici di Eliseo, tre solenni vecchietti magri e sdentati, annuiscono e deplorano che ogni volta che viene ricostruito, il busto del Che rinasce più brutto e meno somigliante di prima. “Forse ora che il nostro presidente si chiama Evo Morales, uno che non nasconde la sua simpatia per Che Guevara, lo lasceranno finalmente in pace”.

TANIA, DONNA GUERRIGLIERA

Tamara Bunker era conosciuta con il nome di battaglia Tania e faceva parte della retroguardia che fu annichilata in un'imboscata il 31 agosto 1967 dall'esercito boliviano”. L’esercito fu informato sui movimenti dei guerriglieri da un campesino, ucciso in seguito per vendetta dalla guerriglia boliviana.
“Il 6 settembre 1967 dei soldati scaricarono nell'ospedale il cadavere di una donna che avevano trovato sulle riva del fiume nel Vado del Yeso. Il corpo era in avanzato stadio di decomposizione, con parte del viso divorato dai piranha.”, racconta Dora Cardenas, professoressa pensionata di Vallegrande, che ogni tanto viene nel luogo dove furono trovati i resti della guerrigliera e di due suoi compagni di lotta, per depositare dei fiori davanti alla sua lapide. A Vallegrande si trovò la principale base dei militari impiegati contro la guerriglia, e Dora Cardenas, che ai tempi lavorava per il sindacato, si recò dai capi militari in testa ad un gruppo di cinquanta donne del comitato Civile della città, per chiedere la sepoltura cristiana della donna uccisa. I militari acconsentirono, ma dopo la cerimonia religiosa requisirono la salma, promettendo di sotterrarla nel cimitero. “Non volevamo che quel corpo finisse come quelli degli altri, sotterrati come cani nei campi vicini. Ora sappiamo che non fu sepolta nel cimitero, ma buttata in una fossa comune vicino ai corpi del Julio, Miguel e Coco e coperta da una ruspa”.

mercoledì 5 novembre 2008

Born to ride







Testo e foto di Hannes Schick


A cavallo attraverso il Montana, seguendo le tracce delle mandrie dei cowboy e dei popoli nativi che si sono piegati per ultimi ai visi pallidi. Un trail di sangue e gloria che porta al campo di battaglia di Little Big Horn, dove i Cheyenne assieme ai loro alleati i Lakota, Dakota, Hunkpapa, Brulè e Gros Ventre, meglio conosciuti come Sioux, distrussero la cavalleria di Custer. Un viaggio che esplora i luoghi dove nacque il mito del West, ma anche un confronto con se stessi, una ricerca di "visione", come direbbero gli indiani.

Broadus, Montana: duecento anime. Tre saloon. Due sceriffi. Un parrucchiere e centomila vacche. Nel Big Sky Saloon incontro Jack "Slug" Mills, un importante rancher della zona. La simpatia tra un metropolitano europeo e contadino americano non è scontata, ma in questo caso nasce all'istante. Dopo un paio di birre gli racconto l'idea di attraversare la parte sud-orientale del Montana: 400 chilometri, da solo a cavallo. Non ride e quando la barista mette le sedie sul tavolo mi invita al suo ranch. Succede sempre così –penso- se desideri qualcosa intensamente, l'universo si muove nella tua direzione per aiutare a realizzare il tuo sogno.
I giorni successivi Slug mi insegna quello che, secondo lui, sarà utile ad un "greenhorn" nella prateria: prevedere il tempo, orientarsi, saper trovare acqua potabile e saper comportarsi in caso di fuoco nella prateria. Ricambio il favore aiutandolo nel ranch: radunando bestiame, vaccinando vitelli e riparando i recinti dell’estesa proprietà.
"Il tuo viaggio mi ricorda quando ero giovane", dice, durante una gita a cavallo. "Si partiva per due, tre mesi trasferendo le mandrie lungo un trail di mille chilometri. Oggi lo facciamo ancora durante i ranch-tour, quando ospitiamo gente dalla città, per rivivere assieme a loro quello stato d'animo chiamato West".
L'espressione "c'era una volta" appare spesso nei suoi racconti: "Qui c'era il mulino di Sam Williams. L'hanno trovato a cento metri dalla porta, ucciso dal gelo. Qui invece c'era il ranch della vecchia Sue. Sparava come un diavolo e aveva tre figlie, corteggiate da tutti noi cowboy della zona. E su questa pianura una volta c'era un paese, fondato da immigrati italiani. In seguito molti di loro andarono in zone più calde, ma i nomi di alcuni ranch ricordano le loro origini: Giacometto, Corretta, Borla, Capra, Barbero, Trucano, Giannino e Morella. Sono i figli dei minatori che vennero nel “Montana Territory" dopo l'esaurimento dell’oro delle Black Hills.”
Slug, un uomo che nei rodeo ha atterrato centinaia di tori, che ha fracassato più di una mascella, rivela una sorprendente sensibilità riguardo gli animali, la natura e gli indiani. "Li ammiro", dice, "perché non alterano l'armonia della natura, non sprecano nulla e non lasciano tracce del loro passaggio". Estrae un oggetto di pietra dai suoi pantaloni. "Questa è una punta di freccia. Il terreno ne rivela altre dopo ogni pioggia. Le tribù passavano di qui seguendo i bufali. Ho trovato coltelli di ossidiana, aghi d'osso e strumenti per lavorare la pelle; oggetti vecchi migliaia di anni ma ancora perfettamente utilizzabili. Non come la robaccia che produciamo oggi", aggiunge con ironia.
Al ranch, la moglie Poppy prepara due mega-steak di carne tenera del Montana. È la sera prima della mia partenza e Slug impartisce gli ultimi consigli. La mattina dopo mi affida uno dei suoi migliori cavalli e mi da una mappa da lui disegnata che indica gli altri ranch della zona. "Ho avvertito i ranchers che avresti attraversato le loro proprietà. Così eviti che ti sparino dietro”. Con queste parole mi porge una Winchester 30-30 e una scatola di munizioni. "Utile contro lupi e ti servirà se il cavallo dovesse rompersi una gamba." Una stretta di mano, una pacca sulla spalla ed eccomi qua, un puntino insignificante nell'infinita prateria. L'unico rumore è il gracchiare del cuoio della sella e il vento che sfiora il mare d'erba ingiallita. All'ansia si mischia una grande sensazione di libertà. Sprono il cavallo al galoppo. Sparks è un quarterhorse di nove anni. Abituato a lavorare 10-12 ore al giorno non avrà problemi con questo viaggio. Vive all'aperto tutto l'anno, beve ogni tipo d'acqua e si nutre solo d'erba.
La sera tiro giù la sella e lego le gambe del cavallo, per impedirgli di allontanarsi troppo. Poi mi sdraio e guardo il tramonto che trasforma il cielo in un mare dai colori rosa-arancione. L'ultima cosa che sento, prima di addormentarmi, è Sparks che mastica vicino alla mia testa. Sono compagni stupendi, i cavalli.
Il sole è già alto quando mi sveglio. Tiro un gran respiro di sollievo quando vedo che Sparks c'è ancora. Durante la notte si era allontanato un bel po’ e per un attimo avevo pensato che mi avesse abbandonato. Segue il rituale mattutino. Bollire l’acqua per il caffè. Arrotolare la tenda. Montare la sella e sistemare le borse. Tutto deve essere bilanciato accuratamente per non scivolare durante il cammino. Sparks, ha molta sete e tira verso uno stagno. Si avvicina troppo veloce e scivola sulla riva. Preso dal panico fa un balzo in avanti, impantanandosi in mezzo allo stagno. Salto giù e lo vedo affondare pian piano, bloccato dal fango. Terrorizzato mi tuffo nell’acqua nera per togliergli la sella. Quando l'acqua gli arriva alla gola, cessa di lottare. Cerco le sue zampe nella melma e comincio a tirare, con il risultato che sprofonda ancora di più. Lo picchio per riaccendere la sua voglia di lottare. Mi guarda triste e non si muove. Alla fine, con sforzi inauditi, riesco a liberarlo e a tirarlo verso la riva. Siamo esausti e coperti di fango. Ha cominciato anche a piovere. Mi riparo sotto un gruppetto di rocce e accendo il camping gas per preparare qualcosa di caldo mentre Sparks torna a pascolare come se niente fosse. Sarà una notte umida.
Il giorno dopo c’è di nuovo il sole. L'aria è pura e profumata dall'odore di legna umida ed erba fresca. Mentre mi lavo, vedo un uomo a cavallo avvicinarsi. Dietro di lui appare una mandria di vacche, fiancheggiata da altri cowboy.
“Sei caduto in uno stagno?”, chiede incuriosito il primo uomo e mi invita al campo dove c’è una carrozza doccia. Niente equivale una doccia calda dopo tre giorni in sella e un bagno di fango.
Gli uomini bevono caffè, accoccolati intorno al fuoco. Alcuni fumano, altri masticano tabacco. La cena è abbondante: fagioli, pancetta, costate e torta di prugne per dessert. Tutto preparato dal cuoco nel suo chuck-wagon. Poi montano le tende di cotone bianco, simili ai teepee indiani e srotolano i loro materassini. I cavalli durante la notte vengono lasciati liberi e scompaiono nel buio.
Quando i primi raggi del sole toccano le colline rollanti e prosciugano la rugiada sui cespugli di salvia i cowboy si alzano per catturare i cavalli. Sulla sella portano tutto quello che serve per vivere e lavorare: un lazo, la borraccia d'acqua, un'impermeabile contro polvere e pioggia e un'arma da fuoco per difendersi da lupi e serpenti.
Il mestiere del cowboy ha visto i suoi giorni di gloria durante i leggendari cattledrives dal Texas al Montana verso la fine del 19esimo, dal 1840 al 1900. Charles Russell, il grande pittore del West, li chiamò "indiani bianchi" per la loro vita nomade e libera. Una descrizione più umoristica li ritrae come affascinante fetta dell'umanità che popola prateria, saloons e prigioni. Sempre indebitati, amanti di donne, cavalli, rodeos e whisky e nemici convinti di sceriffi, politici e chiunque gli ordini di togliersi il cappello.
Dopo un paio di giorni in loro compagnia, mi dirigo di nuovo verso la mia meta, la riserva dei Northern Cheyenne. All'orizzonte è apparso Wolf Butte, una montagna che serve da punto di riferimento. Da lì ci vorranno tre giorni fino alla riserva. Alle pendici del Wolf Butte trovo una di quelle case da prateria, costruita con tronchi interi. Sulla porta c'è un cartello con scritto: "Entra pure, chiunque tu sia, mangia se hai fame e dormi se sei stanco, ma non dimenticare di nutrire le galline prima di ripartire". Decido di fermarmi. Dopo un paio d'ore arriva un uomo in confronto al quale Jack Palance e John Wayne sembrano dei liceali. Si chiama Jim Jenkins. Indica alcuni cartoni pieni di provviste e sbotta: “I miei vecchi facevano ancora tutto in casa. Io invece devo guidare cinquanta fottuti chilometri per comprare questa roba che non sa di niente. Ti va di bere un whisky?"
Beviamo sulla veranda. "Fare il rancher è un gioco d'azzardo", dice e sposta uno stuzzicadenti da un angolo della bocca all'altro. "Quando la carne si vende bene ti sembra di essere un milionario, un momento dopo sei con la pancia per aria e il debito ti mangia vivo". Spiega che i produttori di carne americani sono in crisi da quando la creazione del mercato comune tra Stati Uniti, Canada e Messico ha facilitato l'importazione di carne a basso prezzo.
Nel ranch lavora anche un giovane cowboy, Sean, mezzo americano, mezzo Cheyenne. È un uomo senza fissa dimora: vive dove lavora. Attraverso Sean ho un primo incontro con il mondo dei nativi d'America. Un giorno mi porta su una collina dove va a pregare. "Questo è un luogo sacro”, dichiara, mostrandomi un antico cerchio di sassi. Nel centro del cerchio c’è una quantità di offerte: ossa, frecce, piume, pezzetti di stoffa e tabacco. Vedo anche un orologio, semi-sepolto e chiedo cosa significhi. "Era mio", risponde Sean, "mi sono liberto dal tempo". Lo osservo mentre prega, allargando le braccia verso est.
Il giorno dopo continuo, ben rifornito di cibo perché devo attraversare il Custer National Forest dove non conto di incontrare qualcuno. Il sentiero che porta sul Wolf Butte, si restringe sempre di più finché sono costretto di scendere dal cavallo. Sparks è più a suo agio in pianura. Qui, in montagna, fa più di un passo falso e una volta precipita un paio di metri. Quasi non riesce a risalire sul sentiero. Arrivati alla sommità sono sorpreso nel trovarmi di fronte a una pianura che offre un’ottima vista in tutte le direzioni. Qualcosa mi dice che è arrivato il momento di fermarmi. Monto la tenda e vado a cercare legna per il fuoco. Mentre raccolgo la legna trovo una penna d'aquila. Per gli indiani è un buon segno. Mi siedo su una roccia e osservo lo scenario. Da qui si vedono i Bighorn Mountains nello Wyoming e la grande prateria che si estende fino alle Black Hills nel South Dakota. Il vento gioca con i capelli e soffia tra i rami dei pini. Le nuvole scorrono veloci nel cielo e la luce è netta, tinta da toni pastello. L’atmosfera è magica e comincio a sentirmi tutt'uno con quello che mi circonda. Poi ho una ‘visione’. Rivedo un episodio di un paio di giorni fa: Sparks si rifiutò di continuare. Lo tirai in una direzione e lui nell'altra. Non c'era niente da fare se non ingaggiare in una lotta di potere. Allora decisi di lasciarmi guidare da lui, abbandonando ogni controllo. Dopo un po’ mi resi conto che continuando dove volevo io saremmo finiti in un canyon invalicabile. Il cavallo, pur non essendo mai stato in quella zona, aveva saputo evitare l'ostacolo, ancora prima di vederlo. "Lasciati guidare, abbandona il controllo…", disse la voce interna. Rivedendo alcuni momenti della mia vita, capisco il messaggio forte e chiaro. Poi un senso di saggezza s'allarga nel cervello, più profondo di quanto le parole possano spiegare. Resto seduto per molte ore su quella roccia e quando torno alla tenda è notte fonda. Mi sento pieno di forza e allo stesso tempo pervaso da una grande calma. "Grazie Sparks. Sei un vero maestro."
Raggiungere la riserva dei Northern Cheyenne è come rientrare nella civiltà. Quando arrivo a Lame Deer, il capoluogo, visitom un'amica di Slug, Adeleine Whitewolf, che mi ospita nella sua casa. "La vita nella riserva è difficile", dice, "c'è il problema dell'alcoolismo, della disoccupazione. C'è la lotta tra fazioni progressiste e tradizionaliste e inoltre disturba l'interferenza nei nostri affari tribali del BIA, l'onnipresente Bureau of Indian Affairs".
Nel Montana vivono nove delle trecentocinquanta popolazioni native del Nord America. Le riserve più estese sono quelle dei Crow, Blackfeet ed Assiniboine. Le altre, più piccole, ospitano i Northern Cheyenne, i Salish - Kootenai e i Sioux-Gros Ventre. Il trattato di pace di Fort Laramie garantì ai Northern Cheyenne un pezzo della loro terra, ma furono ben presto espulsi per essere riuniti ai Southern Cheyenne, che vivono a oltre mille chilometri di distanza.
Dopo anni di massacrante esilio scapparono per ritornare nel Montana. Erano pochi quelli che sopravvissero alla lunga marcia per rivedere la loro terra. L`effetto del sistematico genocidio da parte dei bianchi si nota ancora. Il disprezzo verso la propria cultura e la propria pelle non è ancora superato e si dimostra in mille modi. Però è in atto anche una rinascita spirituale e culturale. I giorni seguenti partecipo ad un incontro tra varie tribù della pianura per il "give-away", una cerimonia simile al nostro Natale. Si celebra scambiandosi regali. Molti ospiti arrivano a cavallo, vestiti negli abiti tradizionali dei Cheyenne.
Il marito di Adeleine, Joseph, è il capo di una delle quattro organizzazioni guerriere dei Northern Cheyenne. Una sera mi invita al bagno di sudore nella sweat-lodge della tribù, una costruzione rotonda, fatta di rami di salice e coperta di pelli e coperte. Al centro della sweat-lodge c'è un buco riempito di sassi roventi.
"Riscoprendo le radici del mio popolo, della mia cultura ho potuto spezzare il circolo vizioso di droga e violenza", spiega Joseph, quando siamo seduti nel buio, illuminati solo dai sassi incandescenti. Da lui imparo che per un indiano la terra è un essere vivente, dotato di corpo e spirito. Secondo la filosofia nativa tutto si muove nel cerchio. Il cerchio con la croce iscritta è il simbolo della vita eterna. La chiamano ruota della medicina. "Anche questa sweat-lodge è rotonda”, continua, “come il teepee, come il nido degli uccelli. In mezzo c'è la fonte. Crediamo che l'uomo non è mai nato e che non morirà mai. La vita non è che un'infinita serie di esperienze che permette di acquisire conoscenza e ritornare alla fonte come spiriti sempre più saggi”.
Gli racconto la mia esperienza sul Wolf Butte e della penna d'aquila che avevo trovato. Ascolta con interesse e alla fine dice: "L'aquila è l'animale che vola più in alto, perciò è più vicino allo Spirito. La penna che hai trovato rappresenta saggezza. Tu hai acquisito conoscenza che ti da diritto a un nuovo nome".
La cerimonia dell'attribuzione del nome avviene in un teepee tradizionale. Uno sciamano Cheyenne prende la penna d'aquila che è stata adornata di perline da una donna. Da una lunga pipa soffia il fumo nelle direzioni dei quattro punti cardinali. Poi si posiziona dietro di me e posando una mano sulla mia spalla canta con voce monotona. Alla fine annuncia il mio nome: Moo-nah-tse-ko-e-tse che significa ‘Uomo guidato dal cavallo’.
Continuando verso il fiume Little Big Horn, visito un luogo di grande importanza per i Northern Cheyenne. Qui, su una roccia nascosta nella valle del Rosebud, è inciso l'ultimo capitolo della lotta per la libertà del popolo degli uomini. Le pittografie raccontano la battaglia del Rosebud e la visione di Sitting Bull, Toro Seduto che, dopo una danza del sole, aveva profetizzato la vittoria contro Custer.
Arrivato nella vicina riserva dei Crow, dove si trova il monumento dedicato a Custer e agli uomini caduti nella battaglia del Little Big Horn, un ranger del servizio forestale statunitense, mi ordina di allontanare il cavallo perchè calpesta l'erba intorno alle stele funerarie. È lo stesso ranger che prima aveva raccontato, con voce da sergente dei marine, la versione ufficiale della battaglia, minimizzando gli errori di Custer e senza menzionare il coraggio e la determinazione dei difensori nativi. Come se la sconfitta del Settimo Cavalleria bruciasse ancora oggi nella memoria dell’esercito americano.

giovedì 16 ottobre 2008

PALESTINA: MISSIONE IMPOSSIBILE






Testo e foto di Hannes Schick


“Welcome to Gaza” c’e` scritto su un cartellone bucato dai proiettili, dopo 100 metri di terra di nessuno che separano l’Israele dal territorio palestinese, il primo mondo dall’ultimo. Alle mie spalle lascio una moderna stazione di confine con l’aria condizionata, dove, prima di poter proseguire, ho dovuto firmare una liberatoria che toglie allo Stato d’Israele ogni responsabilita` “in caso di morte, ferimento e/o danni alla proprieta` risultanti dall’attivita` militare”. Una conseguenza delle denunce esposte dai parenti del giornalista James Miller e dei ragazzi del Movimento Internazionale di Solidarieta`, Rachel Corrie e Tom Hurndall. Uccisi i primi due, l’ultimo gravemente ferito dai soldati israeliani, mentre cercavano di raccontare la vita nei ghetti di Gaza e di proteggere con i loro corpi scudo, famiglie e case palestinesi.
Uno dei giovani soldati israeliani in servizio al confine, un ebreo norvegese biondo, mi aveva confidato di essere incerto se rimanere in Israele o tornare in Norvegia come avevano gia` fatto i suoi genitori, “perche` li` c’e` meno violenza”.
Sul lato palestinese m’aspetta un miliziano dell’ANP seduto in un container arrugginito. Sfoglia disinteressato il mio passaporto e fa un segno ad uno dei tassisti di portarmi a Gaza City. Il tassista si chiama Ahmed Al Salah e vorrebbe invitarmi a casa sua, ma visto il poco tempo a disposizione ci limitiamo a bere un bicchiere di te alla menta in un bar lungo la strada. Tra un tiro e l’altro da un’arghillah, la pipa d’acqua araba, si sfoga con il mondo occidentale e con chi “si e` dimenticato dei palestinesi”. Quando gli chiedo se e` d’accordo con la strategia delle bombe umane o se pensa che hanno danneggiato l’immagine della lotta palestinese, Ahmed taglia corto: “L’occupazione non e` una nostra scelta ed e` nostro diritto combatterla. Se avessimo dei F16, elicotteri Apache e carri armati rinunceremmo alle bombe suicidio. Anche noi amiamo la vita e ci piacerebbe viverla in pace”. Secondo lui non esiste una soluzione al conflitto, almeno per ora. E dell’incontro tra Sharon e Abu Mazen che pensa? “Abu Mazen non ci rappresenta. E` stato imposto dall’occidente ma personalmente vorrei dargli una possibilita`…
Anche Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah e Hebron si e` scettici sulle probabilita` di una pace duratura anche dopo il storico si si Sharon a uno Stato palestinese indipendente. Troppe volte in passato le speranze sono state deluse. Anche gli israeliano non si fidano ancora, hanno visto per troppe volte le promesse di pace sciogliersi nell’aria del deserto.
Dopo la guerra all’Iraq gli Stati Uniti hanno allargato la loro sfera d’influenza nell’area mediorientale e i palestinesi, che con Saddam hanno perso un importante alleato, stanno rivedendo la loro strategia violenta nei confronti dell’Israele. Assieme al resto del quartetto, UE, ONU e Russia, il Dipartimento di Stato americano è impegnato al successo della mappa per la pace, che gode di gran consenso tra gli arabi visto che prevede lo smantellamento degli insediamenti che causano la frammentazione del territorio palestinese e la creazione di uno stato palestinese indipendente entro il 2005.
La roadmap impone inoltre all'Autorità Nazionale Palestinese e al premier palestinese … di rinunciare al terrorismo come arma politica. Sarà da vedere se la leadership palestinese potrà tenere a bada gli estremisti militanti e se la nuova leadership israeliana si impegnerà davvero ad implementare ciò che ha promesso ad Aqaba, visto che mette a rischio la coalizione di governo nazional-conservatore, retto dal sostegno di partiti dell’ortodossia estremista contrari ad ogni concessione.
Gli ostacoli sono davvero enormi, considerando che prima di arrivare all’ultima fase della mappa, dovranno essere chiarite questioni come lo statuto dello stato palestinese, quello di Gerusalemme, la linea di confine esatta e, come se non bastasse, lo spinoso problema del ritorno dei rifugiati palestinesi, un problema sul quale finora sono fallite tutte le trattative di pace.
Anche all’interno dell’amministrazione Bush gli animi sono divisi è la guerra tra i falchi pro-israeliani e quasi tutti ebrei, al controllo nel Pentagono e nella CIA e raggruppati nel Defense Policy Board del ministero di difesa e gli esperti regionali del Bureau of Near Eastern Affairs affiancato al Ministero degli Esteri non è ancora decisa. Per i conservatori la roadmap to peace e l’instaurazione di uno stato palestinesi nei “cosiddetti territori occupati”, come li definiscono, “è un tentativo di minare la politica estera degli USA e un chiaro disastro”.
I “cowboy cattivi” del Defense Policy Board vedono negli “smidollati” del Bureau of Near Eastern Affairs, un covo di filo-arabi, anti-israeliani.
I neo-cons, dopo l’eliminazione del nemico più pericoloso dell’Israele, l’Iraq, mirano anche alla sottomissione di Damasco e Teheran. L’accusa è quella di sempre: produzione di armi di distruzione di massa e sostegno a gruppi terroristici.
Nei media, per descrivere quel virulento gruppetto conservatore di dichiarate simpatie proisraeliane, e` apparsa la definizione “kosher nostra”, visto che molti di loro hanno parenti in Israele, (p.e Feith ha ricevuto un premio dalla Zionist Organisation of America che lo definisce “attivista pro-Israele" Anche Perle, Libby e Abrams sono di discendenza ebraica).
Ma l’alleato negli USA piu` fervido della politica di Olmert non e` la lobby pro-israeliana e neanche l’elettorato ebraico, che tradizionalmente vota liberal. Sono le congregazioni protestanti fondamentaliste e la destra religiosa della cintura della bibbia degli Stati Uniti, che invia milioni di dollari in aiuto dei coloni israeliani che occupano la Giudea e Samaria bibblica, i territori dei palestinesi occupati.
Duranti l’era di Clinton, mentre erano lontano dal potere, Feith e Perle elaborarono una strategia per il partito Likud che proponeva l’abbandono del processo di pace di Oslo, la rioccupazione dei territori palestinesi e lo smantellamento dell’autorita` di Yasser Arafat. Il loro piano si realizzò in seguito alla visita di Sharon sul monte del Tempio. Fu quella provocazione a causare la (prevedibile) rabbia degli arabi che sfociò nella seconda intifada il settembre del 2000.
Assieme al fratello del Presidente americano Jeb Bush, Wolfowitz, Perle, Feith e altri neo-cons, sono i cervelli pensanti dietro il Project for the New American Century (PNAC), un blueprint “per il mantenimento della predominanza globale degli Stati Uniti d’America, l’impedimento dell’ascesa di una potenza rivale e il delineamento della sicurezza internazionale in linea con i principi e gli interessi americani”.
(àIl testo, pubblicato interamente nel proprio sito internet http://www.newamericancentury.org/, proclama che “questa grande strategia americana deve essere proiettata il piu` possibile nel futuro…e che per facilitare il piano, le nostre forze militari [definite altrove nel documento ‘la cavalleria della nuova frontiera Americana’], non devono essere imbrigliate dalla costituzione”.)
Ancora è troppo presto per festeggiare la pace: Il leader dopo Olmert potrebbe trovarsi veramente sotto pressione da parte di Washington, o potrebbe anche cercare di guadagnare tempo, aspettando l'ennesimo attacco suicida per poter aumentare la posta al tavolo delle negoziazioni. Non ha nessuna premura di fare concessioni e i palestinesi, dopo l’effetto boomerang delle bombe umane, la perdita dell’alleato Iraq, il minaccioso altolà alla Siria, la sanguinosa repressione sul campo e l’imposizione di un leader comodo all’occidente come Abu Mazen, sono più disperati che mai e pronti a tutto per non perdere la loro causa.
Ma l’alternativa alla pace non esiste se si vuole fermare che l’islamismo integralista si rafforza e che la democrazia israeliana retrocede, (secondo l’istituto di ricerca israeliano "Israeli Democracy Survey", l’Israele è oramai una democrazia solo formalmente, non nella sostanza, visto che non applica il concetto di democrazia all’intera popolazione) e se si vuole che questa guerra infinita abbia una fine, dopo aver causato con la secondo intifada seicentocinquantatre vite israeliani e oltre duemila palestinesi che si aggiungono a quei 260.000 di palestinesi uccisi negli ultimi cinquant’anni.

Caccia al cristiano - Orissa




























Di Hannes Schick

Il massacro di cristiani da parte degli indù, avvenuto verso la fine d’agosto 2008 nello stato indiano d’Orissa, (50 morti secondo stime ufficiali, tra i 100 e 200 secondo le autorità religiose locali, 400 feriti, 102 chiese bruciate), ha suscitato ben poco interesse nei media, prima di cadere di nuovo nell’oblio.
Il conflitto che contrappone indù e cristiani in questo stato remoto dell’India, si protrae oramai da anni e non da segno di placarsi. (Si ricordano i massacri dell’95, l’uccisione nel 1999 del pastore australiano Graham Staines, ucciso assieme ai due figli e i duri scontri il natale dell’anno scorso che hanno causato centinaia di feriti e un morto.
Intanto si confermano le voci che estremisti da altre regioni dell’India stanno giungendo in Orissa per dare man forte ai radicali locali. Membri dell’Hindutva, (il movimento di nationalismo religioso indù) dal Madhya Pradesh, dal Karnataka e dal Maharashtra sono arrivati nel distretto di Kandhamal.
L’attività di proselitismo da parte della chiesa cattolica e di alcune chiese evangeliche, ha procurato la conversioni di molti indù al cristianesimo, infrangendo il sottile equilibrio che reggeva la convivenza, sia all’interno delle tribù aborigene sia quella con gli indiani dalit (caste basse) insediati nelle loro terre.
Il leader religioso Laxamananda Saraswati, la cui uccisione ha provocato l’ultima ondata di violenza anticristiana e il partito fondamentalista indù Vishwa Hindu Parishad (VHP), da decenni accusano le Chiese cristiane di convertire tribali e dalit con la forza, con l’inganno e dietro promesse di vantaggi economici. La loro campagna anti-cristiana è appoggiata da proprietari terrieri e commercianti, timorosi dell’emancipazione di dalit e tribali, che stanno sfruttando economicamente.
L’ondata di violenze contro i cristiani è partita dall’Orissa che è guidato da un Primo Ministro del BJP e si sta diffondendo in altri Stati della confederazione indiana retti dal Bjp (Baratiya Janata Party) ultranazionalista.
Sebbene sia stato imposto il coprifuoco e le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare a vista a coloro che violano il coprifuoco, gli attacchi non si fermano e la polizia e le truppe di paramilitari confrontano quotidianamente gruppi di indù inferociti.
Attacchi recenti contro cristiani si registrano ancora in villaggi remoti dei comuni di Baliguda e G.Udaygiri nel distretto di Kandhamal.
Intanto nei campi i rifugiati continuano a soffrire ed a morire per le pessime condizioni sanitarie, igieniche ed alimentari. Rappresentanti dei cristiani, padri cattolici e pastori evangelici, denunciano che il governo di Orissa fa ben poco per risolvere la crisi. Molti rifugiati dichiarano di non vuoler tornare mai più nei propri villaggi e chiedono al governo di Orissa e alle chiese cristiane nel mondo di aiutarli a costruirsi una nuova vita altrove.
Questo reportage illumina i retroscena del conflitto e descrive i problemi che i cristiani rinchiusi nei campi di rifugio affrontano quotidianamente.