mercoledì 4 giugno 2008
La crisi iraniana
di Hannes Schick Sembra di vedere il replay dello sceneggiato USA-Irak, atto primo: governi e media occidentali accusano un paese nemico di possedere armi di distruzione di massa, invocando contro fanatici tiranni che fornirebbero di armi tutte le organizzazioni terroristiche del mondo, mettendo a rischio la pace mondiale. Si decretano sanzioni, si mandano gli ispettori. Così è successo con l’Irak, così sta succedendo in Iran. Ma le armi di distruzioni di massa irachene non sono mai state trovate e il tiranno non ebbe contatti con le organizzazioni del terrorismo islamico. Dopo quattro anni di guerra, decine di migliaia di morti tra la popolazione civile, 455 miliardi di dollari sprecati, una fine incerta e senza più alleati, l’America si chiede se ne valsa la pena. O forse si tratta di una strategia a lungo termine, che porta dall’Afghanistan all’Iraq per arrivare all’Iran? Se un paese produce uranio arricchito come combustibile per i suoi reattori nucleari, produce anche il materiale per la costruzione di bombe atomiche. Se invece non produce il proprio combustibile nucleare è alle dipendenze dei paesi che lo producono. Questo è, in sintesi, il nocciolo del problema che contrappone l’Iran alle potenze occidentali. Se l’Iran non può produrre il proprio combustibile è costretto a comprarlo dall’estero, ciò lo renderebbe ricattabile in caso di conflitto e porterebbe le sue costose installazioni per la produzione di energia nucleare al valore zero. Mentre il presidente statunitense e alcuni canditati per le elezioni presidenziali minacciano di bombardare l’Iran e mentre il ministro degli esteri francese Kouchner vede il pericolo di una terza guerra mondiale, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale facendo sapere che l’Iran non è interessato alla bomba atomica, in quanto inutile per la difesa contro una potenza atomica come gli Usa. Anche il direttore generale dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Mohammed el-Baradei, calma le acque spiegando che sarebbe da irresponsabili di agire sulla base di giudizi avventati, “altrimenti si mette a repentaglio la pace del mondo per le esternazioni di qualche folle che dice ‘bombardiamo l’Iran’”. È il solito gioco del buono e cattivo poliziotto, del bastone e della carota? Il progetto di un reattore ad acqua pesante, in grado di produrre plutonio per uso militare come anche l’ampliamento del programma per la costruzione di lanciamissili, indica che Teheran tiene aperta l’opzione della capacità atomica per uso militare. In fondo all’Iran interessa ricostituire un equilibrio del terrore con Israele, inseguendo dottrine internazionali ancora prevalenti in politica di sicurezza. Israele al contrario è decisa di non abbandonare per nessuna ragione la supremazia atomica nel Medio e Vicino Oriente e minaccia di distruggere ogni pericolo nucleare in modo preventivo, come fece 1981 in Iraq. Teheran accusa Stati Uniti e Unione Europea di voler creare due classi di Stati e di salvaguardare, sotto il pretesto della non-proliferazione di armi atomiche, l'esportazione dei propri reattori nucleari. Da un lato i stati occidentali, provvisti delle possibilità legali e industriali per la produzione ed esportazione su scala mondiale di reattori nucleari e del combustibile necessario. Dall’altro lato quei paesi, soprattutto nel sud del mondo, ai quale è assegnato il ruolo di importare reattori, rimanendo dipendenti dai paesi fornitori per il combustibile. Una cospirazione contro l'Iran, perciò? Come nel 1953, quando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono un colpo di stato contro l’allora primo ministro Mohammed Mossadegh, perché questo aveva nazionalizzato la Anglo-Iranian Oil Company, oggi conosciuta come British Petroleum (BP)? Il parallelo tra il progetto della nazionalizzazione dell’industria petrolifera di Mossadegh, 55 anni fa, e il progetto nucleare non è da congedare facilmente. Il progetto di Mossadegh contribuì notevolmente alla nascita dell’orgoglio nazionale ed aumentò la sovranità dell'Iran moderno. La memoria collettiva del fatto che erano proprio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ad impedire con la forza il progetto della nazionalizzazione del petrolio, conferma molti iraniani nell'opinione che anche questa volta il vero interesse dell’Occidente sia il controllo della sovranità e delle risorse petrolifere iraniane. Allora, impedendo la creazione di un’industria petrolifera autonoma, oggi prevenendo la creazione di una industria nucleare proiettata verso l’autonomia energetica iraniana. Le alternative alla guerra sono complesse e sembrano quasi utopistiche: La prima possibilità, suggerita da, è il controllo multilaterale di tutte le installazioni atomiche –sia dei paesi industrializzati sia dei paesi in via di sviluppo, mettendo sullo stesso piano davanti alla legge internazionale tutti gli stati. Comunque, è probabile che nessuna potenza nucleare vorrà aderire a questo piano e che questo suggerimento non costituisce una risposta immediata al conflitto con l'Iran. La seconda proposta di El Baradei prevede un processo che ha come meta la creazione di una zona libera di armi nucleari nell’intera regione. Questo segnalerebbe all’Iran che si prende su serio il suo dilemma di sicurezza con Israele. C’è da aspettarsi l’opposizione massiccia da parte di Israele, che dovrebbe essere incontrato con sostanziose e chiare garanzie per la sicurezza e l'esistenza dello Stato ebraico Israele da parte di Stati Uniti e UE.
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