venerdì 5 novembre 2010

WILD WEST - Born to ride







Testo e foto di Hannes Schick

A cavallo attraverso il Montana, seguendo le tracce delle mandrie dei cowboy e dei popoli nativi che si sono piegati per ultimi ai visi pallidi. Un trail di sangue e gloria che porta al campo di battaglia di Little Big Horn, dove i Cheyenne assieme ai loro alleati i Lakota, Dakota, Hunkpapa, Brulè e Gros Ventre, meglio conosciuti come Sioux, distrussero la cavalleria di Custer. Un viaggio che esplora i luoghi dove nacque il mito del West, ma anche un confronto con se stessi, una ricerca di "visione", come direbbero gli indiani.

Broadus, Montana: duecento anime. Tre saloon. Due sceriffi. Un parrucchiere e centomila vacche. Nel Big Sky Saloon incontro Jack "Slug" Mills, un importante rancher della zona. La simpatia tra un metropolitano europeo e contadino americano non è scontata, ma in questo caso nasce all'istante. Dopo un paio di birre gli racconto l'idea di attraversare la parte sud-orientale del Montana: 400 chilometri, da solo a cavallo. Non ride e quando la barista mette le sedie sul tavolo mi invita al suo ranch. Succede sempre così –penso- se desideri qualcosa intensamente, l'universo si muove nella tua direzione per aiutare a realizzare il tuo sogno.
I giorni successivi Slug mi insegna quello che, secondo lui, sarà utile ad un "greenhorn" nella prateria: prevedere il tempo, orientarsi, saper trovare acqua potabile e saper comportarsi in caso di fuoco nella prateria. Ricambio il favore aiutandolo nel ranch: radunando bestiame, vaccinando vitelli e riparando i recinti dell’estesa proprietà.
"Il tuo viaggio mi ricorda quando ero giovane", dice, durante una gita a cavallo. "Si partiva per due, tre mesi trasferendo le mandrie lungo un trail di mille chilometri. Oggi lo facciamo ancora durante i ranch-tour, quando ospitiamo gente dalla città, per rivivere assieme a loro quello stato d'animo chiamato West".
L'espressione "c'era una volta" appare spesso nei suoi racconti: "Qui c'era il mulino di Sam Williams. L'hanno trovato a cento metri dalla porta, ucciso dal gelo. Qui invece c'era il ranch della vecchia Sue. Sparava come un diavolo e aveva tre figlie, corteggiate da tutti noi cowboy della zona. E su questa pianura una volta c'era un paese, fondato da immigrati italiani. In seguito molti di loro andarono in zone più calde, ma i nomi di alcuni ranch ricordano le loro origini: Giacometto, Corretta, Borla, Capra, Barbero, Trucano, Giannino e Morella. Sono i figli dei minatori che vennero nel “Montana Territory" dopo l'esaurimento dell’oro delle Black Hills.”
Slug, un uomo che nei rodeo ha atterrato centinaia di tori, che ha fracassato più di una mascella, rivela una sorprendente sensibilità riguardo gli animali, la natura e gli indiani. "Li ammiro", dice, "perché non alterano l'armonia della natura, non sprecano nulla e non lasciano tracce del loro passaggio". Estrae un oggetto di pietra dai suoi pantaloni. "Questa è una punta di freccia. Il terreno ne rivela altre dopo ogni pioggia. Le tribù passavano di qui seguendo i bufali. Ho trovato coltelli di ossidiana, aghi d'osso e strumenti per lavorare la pelle; oggetti vecchi migliaia di anni ma ancora perfettamente utilizzabili. Non come la robaccia che produciamo oggi", aggiunge con ironia.
Al ranch, la moglie Poppy prepara due mega-steak di carne tenera del Montana. È la sera prima della mia partenza e Slug impartisce gli ultimi consigli. La mattina dopo mi affida uno dei suoi migliori cavalli e mi da una mappa da lui disegnata che indica gli altri ranch della zona. "Ho avvertito i ranchers che avresti attraversato le loro proprietà. Così eviti che ti sparino dietro”. Con queste parole mi porge una Winchester 30-30 e una scatola di munizioni. "Utile contro lupi e ti servirà se il cavallo dovesse rompersi una gamba." Una stretta di mano, una pacca sulla spalla ed eccomi qua, un puntino insignificante nell'infinita prateria. L'unico rumore è il gracchiare del cuoio della sella e il vento che sfiora il mare d'erba ingiallita. All'ansia si mischia una grande sensazione di libertà. Sprono il cavallo al galoppo. Sparks è un quarterhorse di nove anni. Abituato a lavorare 10-12 ore al giorno non avrà problemi con questo viaggio. Vive all'aperto tutto l'anno, beve ogni tipo d'acqua e si nutre solo d'erba.
La sera tiro giù la sella e lego le gambe del cavallo, per impedirgli di allontanarsi troppo. Poi mi sdraio e guardo il tramonto che trasforma il cielo in un mare dai colori rosa-arancione. L'ultima cosa che sento, prima di addormentarmi, è Sparks che mastica vicino alla mia testa. Sono compagni stupendi, i cavalli.
Il sole è già alto quando mi sveglio. Tiro un gran respiro di sollievo quando vedo che Sparks c'è ancora. Durante la notte si era allontanato un bel po’ e per un attimo avevo pensato che mi avesse abbandonato. Segue il rituale mattutino. Bollire l’acqua per il caffè. Arrotolare la tenda. Montare la sella e sistemare le borse. Tutto deve essere bilanciato accuratamente per non scivolare durante il cammino. Sparks, ha molta sete e tira verso uno stagno. Si avvicina troppo veloce e scivola sulla riva. Preso dal panico fa un balzo in avanti, impantanandosi in mezzo allo stagno. Salto giù e lo vedo affondare pian piano, bloccato dal fango. Terrorizzato mi tuffo nell’acqua nera per togliergli la sella. Quando l'acqua gli arriva alla gola, cessa di lottare. Cerco le sue zampe nella melma e comincio a tirare, con il risultato che sprofonda ancora di più. Lo picchio per riaccendere la sua voglia di lottare. Mi guarda triste e non si muove. Alla fine, con sforzi inauditi, riesco a liberarlo e a tirarlo verso la riva. Siamo esausti e coperti di fango. Ha cominciato anche a piovere. Mi riparo sotto un gruppetto di rocce e accendo il camping gas per preparare qualcosa di caldo mentre Sparks torna a pascolare come se niente fosse. Sarà una notte umida.
Il giorno dopo c’è di nuovo il sole. L'aria è pura e profumata dall'odore di legna umida ed erba fresca. Mentre mi lavo, vedo un uomo a cavallo avvicinarsi. Dietro di lui appare una mandria di vacche, fiancheggiata da altri cowboy.
“Sei caduto in uno stagno?”, chiede incuriosito il primo uomo e mi invita al campo dove c’è una carrozza doccia. Niente equivale una doccia calda dopo tre giorni in sella e un bagno di fango.
Gli uomini bevono caffè, accoccolati intorno al fuoco. Alcuni fumano, altri masticano tabacco. La cena è abbondante: fagioli, pancetta, costate e torta di prugne per dessert. Tutto preparato dal cuoco nel suo chuck-wagon. Poi montano le tende di cotone bianco, simili ai teepee indiani e srotolano i loro materassini. I cavalli durante la notte vengono lasciati liberi e scompaiono nel buio.
Quando i primi raggi del sole toccano le colline rollanti e prosciugano la rugiada sui cespugli di salvia i cowboy si alzano per catturare i cavalli. Sulla sella portano tutto quello che serve per vivere e lavorare: un lazo, la borraccia d'acqua, un'impermeabile contro polvere e pioggia e un'arma da fuoco per difendersi da lupi e serpenti.
Il mestiere del cowboy ha visto i suoi giorni di gloria durante i leggendari cattledrives dal Texas al Montana verso la fine del 19esimo, dal 1840 al 1900. Charles Russell, il grande pittore del West, li chiamò "indiani bianchi" per la loro vita nomade e libera. Una descrizione più umoristica li ritrae come affascinante fetta dell'umanità che popola prateria, saloons e prigioni. Sempre indebitati, amanti di donne, cavalli, rodeos e whisky e nemici convinti di sceriffi, politici e chiunque gli ordini di togliersi il cappello.
Dopo un paio di giorni in loro compagnia, mi dirigo di nuovo verso la mia meta, la riserva dei Northern Cheyenne. All'orizzonte è apparso Wolf Butte, una montagna che serve da punto di riferimento. Da lì ci vorranno tre giorni fino alla riserva. Alle pendici del Wolf Butte trovo una di quelle case da prateria, costruita con tronchi interi. Sulla porta c'è un cartello con scritto: "Entra pure, chiunque tu sia, mangia se hai fame e dormi se sei stanco, ma non dimenticare di nutrire le galline prima di ripartire". Decido di fermarmi. Dopo un paio d'ore arriva un uomo in confronto al quale Jack Palance e John Wayne sembrano dei liceali. Si chiama Jim Jenkins. Indica alcuni cartoni pieni di provviste e sbotta: “I miei vecchi facevano ancora tutto in casa. Io invece devo guidare cinquanta fottuti chilometri per comprare questa roba che non sa di niente. Ti va di bere un whisky?"
Beviamo sulla veranda. "Fare il rancher è un gioco d'azzardo", dice e sposta uno stuzzicadenti da un angolo della bocca all'altro. "Quando la carne si vende bene ti sembra di essere un milionario, un momento dopo sei con la pancia per aria e il debito ti mangia vivo". Spiega che i produttori di carne americani sono in crisi da quando la creazione del mercato comune tra Stati Uniti, Canada e Messico ha facilitato l'importazione di carne a basso prezzo.
Nel ranch lavora anche un giovane cowboy, Sean, mezzo americano, mezzo Cheyenne. È un uomo senza fissa dimora: vive dove lavora. Attraverso Sean ho un primo incontro con il mondo dei nativi d'America. Un giorno mi porta su una collina dove va a pregare. "Questo è un luogo sacro”, dichiara, mostrandomi un antico cerchio di sassi. Nel centro del cerchio c’è una quantità di offerte: ossa, frecce, piume, pezzetti di stoffa e tabacco. Vedo anche un orologio, semi-sepolto e chiedo cosa significhi. "Era mio", risponde Sean, "mi sono liberto dal tempo". Lo osservo mentre prega, allargando le braccia verso est.
Il giorno dopo continuo, ben rifornito di cibo perché devo attraversare il Custer National Forest dove non conto di incontrare qualcuno. Il sentiero che porta sul Wolf Butte, si restringe sempre di più finché sono costretto di scendere dal cavallo. Sparks è più a suo agio in pianura. Qui, in montagna, fa più di un passo falso e una volta precipita un paio di metri. Quasi non riesce a risalire sul sentiero. Arrivati alla sommità sono sorpreso nel trovarmi di fronte a una pianura che offre un’ottima vista in tutte le direzioni. Qualcosa mi dice che è arrivato il momento di fermarmi. Monto la tenda e vado a cercare legna per il fuoco. Mentre raccolgo la legna trovo una penna d'aquila. Per gli indiani è un buon segno. Mi siedo su una roccia e osservo lo scenario. Da qui si vedono i Bighorn Mountains nello Wyoming e la grande prateria che si estende fino alle Black Hills nel South Dakota. Il vento gioca con i capelli e soffia tra i rami dei pini. Le nuvole scorrono veloci nel cielo e la luce è netta, tinta da toni pastello. L’atmosfera è magica e comincio a sentirmi tutt'uno con quello che mi circonda. Poi ho una ‘visione’. Rivedo un episodio di un paio di giorni fa: Sparks si rifiutò di continuare. Lo tirai in una direzione e lui nell'altra. Non c'era niente da fare se non ingaggiare in una lotta di potere. Allora decisi di lasciarmi guidare da lui, abbandonando ogni controllo. Dopo un po’ mi resi conto che continuando dove volevo io saremmo finiti in un canyon invalicabile. Il cavallo, pur non essendo mai stato in quella zona, aveva saputo evitare l'ostacolo, ancora prima di vederlo. "Lasciati guidare, abbandona il controllo…", disse la voce interna. Rivedendo alcuni momenti della mia vita, capisco il messaggio forte e chiaro. Poi un senso di saggezza s'allarga nel cervello, più profondo di quanto le parole possano spiegare. Resto seduto per molte ore su quella roccia e quando torno alla tenda è notte fonda. Mi sento pieno di forza e allo stesso tempo pervaso da una grande calma. "Grazie Sparks. Sei un vero maestro."
Raggiungere la riserva dei Northern Cheyenne è come rientrare nella civiltà. Quando arrivo a Lame Deer, il capoluogo, visitom un'amica di Slug, Adeleine Whitewolf, che mi ospita nella sua casa. "La vita nella riserva è difficile", dice, "c'è il problema dell'alcoolismo, della disoccupazione. C'è la lotta tra fazioni progressiste e tradizionaliste e inoltre disturba l'interferenza nei nostri affari tribali del BIA, l'onnipresente Bureau of Indian Affairs".
Nel Montana vivono nove delle trecentocinquanta popolazioni native del Nord America. Le riserve più estese sono quelle dei Crow, Blackfeet ed Assiniboine. Le altre, più piccole, ospitano i Northern Cheyenne, i Salish - Kootenai e i Sioux-Gros Ventre. Il trattato di pace di Fort Laramie garantì ai Northern Cheyenne un pezzo della loro terra, ma furono ben presto espulsi per essere riuniti ai Southern Cheyenne, che vivono a oltre mille chilometri di distanza.
Dopo anni di massacrante esilio scapparono per ritornare nel Montana. Erano pochi quelli che sopravvissero alla lunga marcia per rivedere la loro terra. L`effetto del sistematico genocidio da parte dei bianchi si nota ancora. Il disprezzo verso la propria cultura e la propria pelle non è ancora superato e si dimostra in mille modi. Però è in atto anche una rinascita spirituale e culturale. I giorni seguenti partecipo ad un incontro tra varie tribù della pianura per il "give-away", una cerimonia simile al nostro Natale. Si celebra scambiandosi regali. Molti ospiti arrivano a cavallo, vestiti negli abiti tradizionali dei Cheyenne.
Il marito di Adeleine, Joseph, è il capo di una delle quattro organizzazioni guerriere dei Northern Cheyenne. Una sera mi invita al bagno di sudore nella sweat-lodge della tribù, una costruzione rotonda, fatta di rami di salice e coperta di pelli e coperte. Al centro della sweat-lodge c'è un buco riempito di sassi roventi.
"Riscoprendo le radici del mio popolo, della mia cultura ho potuto spezzare il circolo vizioso di droga e violenza", spiega Joseph, quando siamo seduti nel buio, illuminati solo dai sassi incandescenti. Da lui imparo che per un indiano la terra è un essere vivente, dotato di corpo e spirito. Secondo la filosofia nativa tutto si muove nel cerchio. Il cerchio con la croce iscritta è il simbolo della vita eterna. La chiamano ruota della medicina. "Anche questa sweat-lodge è rotonda”, continua, “come il teepee, come il nido degli uccelli. In mezzo c'è la fonte. Crediamo che l'uomo non è mai nato e che non morirà mai. La vita non è che un'infinita serie di esperienze che permette di acquisire conoscenza e ritornare alla fonte come spiriti sempre più saggi”.
Gli racconto la mia esperienza sul Wolf Butte e della penna d'aquila che avevo trovato. Ascolta con interesse e alla fine dice: "L'aquila è l'animale che vola più in alto, perciò è più vicino allo Spirito. La penna che hai trovato rappresenta saggezza. Tu hai acquisito conoscenza che ti da diritto a un nuovo nome".
La cerimonia dell'attribuzione del nome avviene in un teepee tradizionale. Uno sciamano Cheyenne prende la penna d'aquila che è stata adornata di perline da una donna. Da una lunga pipa soffia il fumo nelle direzioni dei quattro punti cardinali. Poi si posiziona dietro di me e posando una mano sulla mia spalla canta con voce monotona. Alla fine annuncia il mio nome: Moo-nah-tse-ko-e-tse che significa ‘Uomo guidato dal cavallo’.
Continuando verso il fiume Little Big Horn, visito un luogo di grande importanza per i Northern Cheyenne. Qui, su una roccia nascosta nella valle del Rosebud, è inciso l'ultimo capitolo della lotta per la libertà del popolo degli uomini. Le pittografie raccontano la battaglia del Rosebud e la visione di Sitting Bull, Toro Seduto che, dopo una danza del sole, aveva profetizzato la vittoria contro Custer.
Arrivato nella vicina riserva dei Crow, dove si trova il monumento dedicato a Custer e agli uomini caduti nella battaglia del Little Big Horn, un ranger del servizio forestale statunitense, mi ordina di allontanare il cavallo perchè calpesta l'erba intorno alle stele funerarie. È lo stesso ranger che prima aveva raccontato, con voce da sergente dei marine, la versione ufficiale della battaglia, minimizzando gli errori di Custer e senza menzionare il coraggio e la determinazione dei difensori nativi. Come se la sconfitta del Settimo Cavalleria bruciasse ancora oggi nella memoria dell’esercito americano.

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