giovedì 5 gennaio 2012


ON THE ROAD- Attraverso gli Usa su un' Harley Davidson.

Testo e foto di Hannes Schick



Un Hell`s Angel grasso e barbuto mi vende la sua Harley-Davidson con la promessa che quella 1000ccm del '83 mi porterà  in California e anche di ritorno, se la tratto "like a lady".
La sera dopo le highway convergono come arterie luminose nel tramonto e Manhattan si rimpicciolisce nello specchio retrovisivo. Stendo gli stivali in avanti e mi appoggio al sacco a pelo arrotolato sul sedile posteriore. Sotto di me il rombo di due megacilindri e l`asfalto grigio della Highway 95 West. Seicento chilometri più a sudovest l'aria è calda, la luce netta e tagliante. Durante la notte ho lasciato dietro di me alcuni stati noiosi come il New Jersey e la Pennsylvania e mi trovo vicino a Washington D.C.
  La Casa Bianca e tutta la zona governativa è circondata dal ghetto nero che più dei palazzi riflette una parte meno visibile degli Stati Uniti: famiglie accampate per strada, drogati con occhi spenti, sparatorie, rapine. I graffiti delimitano i territori delle gang e sui muri ci sono ancora i segni dell’ultimo conflitto a fuoco. Nella vetrina di un negozio sbarrata vedo Obama. parlare in TV.  Le sue espressioni facciali sembrano sfasate, rimosse dalla realtà, meglio descritta dal ritmo aggressivo del rap che tuona da una macchina di passaggio.
A Petersburg, nella Virginia, il cielo si oscura e mi fermo nel bar di un benzinaio, pieno di Hillbillies che bevono birra e caffè.  Comincia a piovere e, gentili come sono uno di loro, Tom Mc Cormick, mi invita a casa sua, una piccola fattoria sgangherata, poco lontano.  Nellie, sua moglie, prepara la cena: hamburger e patate lesse.  Le fotografie ingiallite sopra un' armadietto la mostrano giovane e sorridente. Ora ha i capelli bianchi e rughe che raccontano di una vita passata in povertà.  La Tv e` sempre accesa, forse per cacciare la solitudine che regna da quando i figli John e Philip se ne sono andati e la figlia Kathy ha sposato un rappresentante dell`Alabama. "The United States are in deep shit, yessir!" Siamo nella merda, dice Tom, che commercia cocomeri e per pagare i suoi debiti con le banche ha dovuto vendere la casa. Sempre quelle banche. Può rimanerci ancora se paga almeno gli interessi, ma non è più sua - un` idea insopportabile per un nordamericano. Quando parto, Nellie mi porge un contenitore pieno di torta di mele dicendo che fa bene avere qualcosa di dolce da mangiare, quando si è soli sulla strada.
Nel North Carolina incontro due ragazze che viaggiano su un furgone dipinto di tramonti tropicali. Mi invitano a venire con loro nella Florida, dove vanno per partecipare al matrimonio di una loro ex-compagna di scuola. Assieme attraversiamo le Carolinas e la Giorgia, due bigotti stati del "bible belt" -la cintura della bibbia, dove fellatio e sodomia sono un reato criminale. Arrivati nel paesino con il nome Immacolee, mi sistemano nella casa dello sposo, Frank Guzzi, che nonostante il cognome ha ben poco di italiano. Anzi e americanissimo. Parla quando non c`è niente da dire e ride quando non c`è niente da ridere. E` sempre simpatico, come lo sarebbe un orsacchiotto addomesticato. Quando mi mostra orgoglioso la sua Cadillac Fleetwood del '73 confida di amare Lindy, la sua eccentrica sposa del profondo sud, più della macchina. Dice che tutto andrà  bene, anche se si ha la netta sensazione che qualcosa pende sopra le loro teste.
 La notte prima del matrimonio Lindy mi fa sapere che ad Immacolee si morirebbe dalla noia, se non ci fosse la cocaina. Dice di essere annoiata con Frank e ridendo aggiunge che però darà un giudizio definitivo solo dopo le nozze. Al giorno del matrimonio Guzzi senior prepara bistecche, hamburger e cosce di pollo mentre la madre di Lindy riempie i bicchieri con birra, ice tea e limonata. La sposa veste un abito color pesca. Frank per l`occasione ha scelto una giacca turchese con pantaloni color avorio, tutto di lucido poliestere.
 Qualche giorno dopo arrivo a Miami, la gigantesca lavatrice di denaro sporco, ricavato dalla droga ed esportato dai ricchi del Sudamerica. Nel centro, pieno di grattacieli nuovi o in costruzione, si ha la sensazione che Miami ormai sia da nominare in un fiato con Los Angeles e New York, quando si parla delle città più hipp del momento.
 La domenica partecipo all`assalto alle spiagge di Miami Beach assieme a migliaia di uomini muscolosi e donne bioniche che posano vicino alle loro fuoristrada, parcheggiate a pochi metri dalle onde. Io invece, carne biancastra non ginnastizzata, riposo nell`ombra della fedele Harley, evitando accuratamente i raggi del sole che, non più filtrate dall`ozono, mi trasformerebbero in aragosta bollita entro pochi minuti. A mezzogiorno i vicini, un gruppo di studentesse della Gainesville University, mi invitano ad una birra. Hanno nomi che conosco dai serial: Cindy, Jane e Gill. Gli manca individualità, ma hanno sorrisi smaglianti, seni sodi e cosce tonificate.
 Dopo una giornata di sole e mare dirigo le ruote verso Key West, che si estendono nel mare dei caraibi, formando l'arcipelago più meridionale degli Stati Uniti. Hemingway, che partiva da qui alla caccia del Marlin e dei sottomarini giapponesi, le chiamava "il pene flaccido dell`America". Se vedesse come hanno ridotto le sue isole si sparerebbe di nuovo. Tutto pieno di motel, hotel e resort per masse di turisti che seguono le guide proposte dal tour "Sulle tracce di Hemingway", fermandosi in ogni bar dove ha bevuto, pisciato e ruttato per comprare T-shirt e cartoline. Bella ed affascinante è rimasta solo la casa dello scrittore, circondata da piante tropicali e riempita di memorie.
   Dopo aver evitato l` ennesima nonnina dai capelli tinti  di blu e seduta in una sedia motorizzata e visitato l`idiotico Disneyland, imbocco la Highway 10, sempre diretto verso ovest. Attraverso velocemente l'Alabama e il Mississippi, altri due stati in mano dei fondamentalisti cristiani. Nella Louisiana, durante un bagno nell'acqua fangosa del Golfo di Messico incontro Sam e Gilbert, due ragazzi di colore, che lavorano su un`imbarcazione di pesca d'alto mare. "Aitaly!" urla Sam, il più giovane, "man, you’re a long way from home! Cosa ti porta in questo paese di merda?" Parliamo di donne e di politica e scopro che ho più in comune con quei due che con le studentesse di Miami Beach. Dopo una bottiglia di rum divisa in tre Gilbert dice che i neri rifiutano di partecipare all`american way of life, perché "è una grande buffonata senza soul".  Sam acconsente: "It’s unreal, man. It's not happening!” Mi consigliano di passare per New Orleans e mi danno l`indirizzo di una loro amica.  Chiedi di Marlene e dille che ti mandiamo noi...forse ti ospita."
 New Orleans è uno dei posti più piacevoli dell`America, o almeno lo era, prima di Katrina, almeno per chi cerca l'America autentica, non laminata. Il flair della città, che ha ripreso timidamente a vivere,  consiste di un misto creolo-francese e di frizzante musicalità. Mi imbarco su un barcone a vapore, completo di Dixieland band e collazione allo champagne, per un'escursione lungo l'imperiale Mississippi.
 E già sera quando arrivo al bar dove lavora Marlene. Il posto si chiama `The Golden Sax' e si trova nel quartiere di French Town, pieno di jazz band, artisti da strada e donne e uomini dai costumi facili. Appena entro nel club, il suono straziante di un sassofono mi avvolge come un velo umido e caldo. Forse non l'avevo visto, forse non c`era, il cartellone, ma sono capitato nel bel mezzo di un strip-tease club. Davanti alla passerella, uomini di tutte le razze e tutte le età bevono cocktail, commentando i particolari delle ragazze che si contorciano di fronte a loro. Chi allunga un dollaro acquista il diritto per toccare. Chi offre di più riceve il trattamento personalizzato. Un ragazzo con il taglio da marine viene spremuto contro i seni imperiosi della stripteuse finché non gli manca il fiato. Mi rivolgo alla signora dietro la cassa e chiedo se conosce una certa Marlene. Lei punta il dito su una ragazza che lavora al bar. Marlene sorride quando mi presento in nome di Sam e Gilbert. Aspetto la fine del suo turno e la invito ad una cena alla cajun, pesce carbonizzato e patate dolci. Quando è quasi l'alba mi invita a casa sua dove mi prepara un caffé che sorseggiamo distesi sul divano, raccontandoci le nostre vite. Le piacerebbe visitare l'Europa:  "L'America potrebbe imparare un po’ di civiltà dal vecchio continente. Qui viviamo in un sistema arcaico dove regna il diritto del più forte”. Le dico che tutto il mondo è paese anche se sono d’accordo il Mondo nuovo sembra sia diventato vecchio, che abbia perso smalto. Forse per le troppe guerre, troppe bugie, troppi ammendamenti alla costituzione. Forse perche le cose moderne, quando invecchiano, invecchiano più in fretta di quelle antiche.
Anche a New Orleans vedo molti ghetto e homeless che sopravvivono negli ingressi delle case, in improvvisate tende di plastica o cartone. Con le facce marcate dalla sofferenza e dall'umiliazione passano il tempo seduti sui marciapiedi o frugando nell'immondizia. Con lo sguardo smarrito, abbandonati a se stessi, porgendo la mano ai passanti per chiedere i soliti 25 cent, scusandosi poi del disturbo. Mi avvicino ad uno di loro. Si chiama Tom Murphy, è gentile e dice di vivere in un portone tra la Seconda e la Terza strada. Dice di aver lavorato per una ditta d'abbigliamento prima di essere stato licenziato e che da tre mesi non prende più un dollaro di sussidio. 
 Lascio Marlene dopo un paio di bellissime giornate passate insieme a lei diretto per il Texas che è, come si sa , la terra degli americani più arcaici: i rednecks. Sono quelli che sollevarono i protagonisti del film "Easy Rider" dalle loro moto a pompate di fucile calibro 12. Molte macchine che incontro hanno appositi ganci sui quali sono appesi fucili. 
  Proseguendo per strade secondarie scopro l`America della provincia, isolata e dimenticata, fatta di immense distese e di paesini sperduti. Rockdale è un esempio tipico. L`architettura del ciarpame consiste di un misto stile pioneer, con facciate finte, alte il doppio dell`edificio e futurismo in avanzato stato di decadenza. La main street porta verso un Saloon dal quale escono risate e country music. Quando apro la porta, uguale a quelle dei film western, mi trovo in mezzo a un branco di cowboy ubriacchi. Chiedo una birra ch il barista stappa e fa slittare verso di me.  "Di dove sei, ragazzino?" mi chiede uno dei cowboy con un capello da due galloni in testa.  "Italy." rispondo, ed è quasi un sussurro. "E dov' è?" Sul serio! Quando si perde la paura di loro, i texani sono abbastanza gradevoli.  Jack, così si chiama il cowboy, mi mostra la foto della sua ragazza e chiede se sono sposato. Quando rispondo di no, mi presenta ad una cow-girl al tavolo accanto con il consiglio di rimanere nel Texas, perché è la terra prescelta di Dio. Io invece ho una moto che mi aspetta, stringo la grossa mano di Jack e riparto verso il tramonto.
  Dopo qualche giorno arrivo in Arizona dove ho in programma di visitare la riserva degli indiani Navaho e dove ho qualche amico di vecchia data, conosciuto durante il reportage su un conflitto con una compagnia petrolifera che si è arraffata i diritti dell' estrazione di carbone.
  "Salve, muso bianco!" Kee Shay è ancora vivo e mi da una paccha sulla spalla dando mi il benvenuto. Poco è cambiato nella sua casa. Kay Shee è alto un metro e novanta e pesa centodieci chili, non contando la carabina che porta quasi sempre con se, da quando il governo gli ha ordinato di sgomberare la JUA, la Joint Use Aerea, un territorio che i Navaho gestivano sempre insieme agli Hopi. Poi gli Hopi, più sedentari dei Navaho e in più qualche capo tribù corrotto dei Navaho, permisero l’ingresso nella riserva alla Peabody Coal Company. Ora le gru e le scavatrici della miniera distruggono persino il Big Mountain, la montagna sacra dei Navaho. Resto per qualche giorno aiutando a raccogliere il mais sul campo della famiglia di Kee Shay.  
 Poi proseguo per  Gallup, dove conosco un ragazzo di Roma, Nicola, durante un rodeo. Fa la licenza di pilota a Prescott e m'invita a volare con lui i cieli azzuri del sud-ovest. Qualche giorno più tardi siamo in aria e a quota duemila metri sopra il Gran Canyon. Nicola rallenta l’aereo. "Vedi, spiega, se l`aero stalla...", in questo momento commincia a strillare l`alarme antistallo,"...entra in una spirale!" Il Cessna abbassa il naso e comincia a girare intorno a se stesso. Mi aggrappo terrorizzato al sedile mentre la terra s`avvicina a ruotazioni. Qualche centinaio di metri dalla superficie il pilota  riprende il controllo del velivolo e mi guarda orgoglioso: “qui ti lasciano fare tutto”. Poi s’abbassa ulteriormente per dar la caccia ad una mandria di gazzelle Impala.
   Dopo il rientro, declino l`invito di volare con lui a Phoenix per andare a ballare. Anche perché Lynn, una ragazza che lavora nell` aeroporto, m’aveva chiesto se poteva venire a fare un giro in moto. "Sure!", le rispondo. Ci dirigiamo lungo la Route 66 verso una valle stupenda, scavata nella roccia rossa in milioni di anni, con in mezzo il filo luminoso di un ruscello. Li, ci spogliamo per fare un bagno.
 Guidare è  un'ossessione che non ti lascia mai restare fermo. Cosi, dopo un paio di giorni saluto Lynn e Nicola e parto per Reno, una delle due puttane del gioco del deserto del Mojave. Sono le dodici di notte quando arrivo nella cittadina e c'è un via vai come sul Champs d' Elysee a mezzogiorno. Entro in uno dei palazzi del gioco d'azzardo. Dentro, i neon colorati illuminano migliaia di facce, mentre la musica di sottofondo viene ogni tanto interrotta dal suono di una delle slotmachine che sputa denaro. Vinco 150 dollari al Black Jack. I soldi mi permettono di sistemarmi in un hotel di classe. Dopo una colazione a base di salsicce, uova, pancake e mezzo litro di caffè affronto l`ultima tappa, Nevada-California. 
 Dopo dieci ore sulla Route 80 arrivo a San Francisco, una cittadina ctranquilla on un sacco di case in vendita, come ovunque negli States. Proseguo senza sosta verso sud lungo la 101, che segue la costa del Pacifico. A pochi chilometri da L.A. incontro l'unica orda di Hell`s Angels di questo viaggio. Sembrano dinosauri, esemplari sopravissuti di un'era, quando girare senza futuro ne passato, era considerato un'avventura da veri uomini. Ci salutiamo con il segno della vittoria. Poi il fiume di metallo lucido m'ingoia e mi trasporta attraverso interminabili agglomerazioni suburbani. Sono a Los Angeles, la città antagonista di New York. L’una verticale e vibrante, l'altra orizzontale e rilassata. Dopo aver attraversato più di 10.000 km di spazio americano, fotografato le sue facce e le sue distanze, la sua violenza e la sua bellezza, la mia strada finisce davanti un gruppo di palme che si muove lentamente nel vento serale. L' oceano pacifico è a pochi passi e realizzo che questo viaggio è terminato. Più in là c'è solo una grande palla di fuoco rosso che presto toccerà l'infinito orizzonte.

0 commenti: